Om Malik:

In other words, “the term ‘photographer’ is changing,” he [Peter Neubauer, the co-founder of the Swedish database company Neo Technology] said. As a result, photos are less markers of memories than they are Web-browser bookmarks for our lives. And, just as with bookmarks, after a few months it becomes hard to find photos or even to navigate back to the points worth remembering. Google made hoarding bookmarks futile. Today we think of something, and then we Google it. Photos are evolving along the same path as well.

Thanks to our obsession with photography—and, in particular, the cultural rise of selfies—the problem of how to sort all these images has left the realm of human capabilities. Instead, we need to augment humans with machines, which are better at sifting through thousands of photos, analyzing them, finding commonalities, and drawing inferences around moments that matter. Machines can start to learn our style of photography.

Il mio archivio fotografico non è mai stato così incasinato, al punto che da un paio d’anni a questa parte ho rinunciato a metterci mano. Confido e affido tutto al miglioramento di soluzioni come Google Photos o Forevery, che siano capaci di organizzare le foto automaticamente, per me.

Al contempo, ultimamente, mi chiedo spesso quanto abbia avuto senso scattare quasi quotidianamente così tante fotografie negli ultimi anni. Per il numero (piccolo) di volte in cui sono andato a riguardarle, e per via di funzioni e servizi come On This Day di Facebook, o Timehop, che vogliono ricordarmi ogni giorno quello che stavo facendo, pensando o scrivendo anni prima. Come scrive Om Malik utilizziamo oggi le foto come dei bookmark: non conta più la qualità della foto o l’importanza del momento, le foto sono diventate il modo più facile per appuntarci quello che ci sta succedendo. È utile, però, registrare tutto in maniera così estensiva? Servirà a qualcosa, o è un’ossessione al voler per forza ricordare tutto nei dettagli che non porta a nulla?

Così come internet ha facilitato il restare in contatto con le persone, ha reso anche difficile dimenticare — e un ricordo, una memoria, alla fine è fatta anche di questo. È una cosa sfumata e poco chiara — una cosa di cui ci si ricorda, ma che non si ha più o non è più. La dettagliata e sempre disponibile libreria fotografia dell’iPhone, e i post sui social network, rendono al contrario tutto attuale, registrano le cose esattamente com’erano nel momento in cui avvenivano — non come ce le ricordiamo noi dentro noi, con i buchi causati dal tempo.

Da un articolo già linkato alcune settimane fa:

Part of the palpable dissonance comes from the fact that many of our posts were never intended to become “memories” in the first place. An important question gets raised here: what’s the purpose of all this “content” we serve to platforms, if it’s useless in constructing a remotely valuable history of ourselves? Are we creating anything that’s built to last, that’s worth reflecting on, or have social media platforms led us to prize only the thoughts of the moment?

Sulla condivisione inconsapevole

Una delle ragioni per cui facebook è una miniera di materiale scadente è che è troppo facile condividere. Sembra assurdo, per un social network, ma il fatto che un utente debba compiere uno sforzo pari a zero per la condivisione di un’informazione riduce la qualità dell’informazione stessa. Ad aver abbassato la qualità del sito sono state le varie applicazioni che promettono un aggiornamento automatico del proprio profilo. Queste applicazioni esistono altrove, anche su twitter, ma facebook le ha supportate e pubblicizzate più di qualunque altro sistema, integrandole al suo interno.

Vi faccio un esempio: se io metto mi piace ad un articolo su un sito, non significa che desideri condividerlo. Ciò nonostante facebook decide da solo di pubblicarlo sulla mia bacheca, propinandolo a tutti i miei amici. Ancora peggio, di recente facebook ha introdotto un’opzione che, se il giornale o il sito di turno l’ha attivata, segnala in automatico agli amici l’articolo che stiamo leggendo, senza che noi ce ne rendiamo conto, senza né un avviso né una nostra azione. La modalità di default è la condivisione. Il New York Times ha detto “no grazie”, ritenendo giustamente la feature inutile, ma facebook inizia a presentarla come qualcosa di inevitabile, un progresso tecnologico contro il quale è vano schierarsi.

Ma la condivisione automatica, senza una ragione e una motivazione dietro, ha reso lo strumento meno interessante e i suoi utenti sempre meno attenti e consapevoli nel scegliere cosa pubblicare: pubblicano, senza riflettere. L’utente ‘normale’ mette mi piace ad una decina di pagine inutili, posta in un solo giorno più di un video, spesso canzoni, e diverse immagini. Il tutto senza un minimo di autocensura, senza chiedersi nemmeno un istante ‘ma è davvero interessante, quello che sto per condividere?’.

L’attività editoriale comporta che:

  • Una persona sia in grado di decidere fra tante cose a quale dare valore e a quale dar risalto
  • Prevede che certe cose vengano eliminate. Ci sono 50 canzoni che ti piacciono? Ne pubblichi una, non tutte e cinquanta. Grazie.

Su facebook nessuno la attua: nessuno sceglie di escludere certa informazione, anche se superflua, ridondante ed eccessiva, e nessuno si chiede se valga davvero la pena condividere quella determinata cosa. Ed è informazione – intesa come qualcosa che possa interessare qualcuno, anche solo informare gli amici su un proprio gusto o un pensiero – questa? Certamente no, come ha provato a spiegare Mike Loukides, su O’Relly:

La condivisione a sforzo zero di facebook non migliora la condivisione, la rende senza senso. Torniamo alla musica: è interessante se dico a te che mi piace tantissimo la musica di Olivier Messiaen. È altrettanto significativo se ti dico che a volte mi rilasso ascoltando i Pink Floyd. Ma se questo tipo di informazione è sostituita da un flusso costante di quello che si sta ascoltando, diventa priva di significato. Non c’è più una condivisione.

Prendiamo un utente, un utente medio, che mette tanti mi piace a pagine a caso, perché crede sia divertente mettere mi piace a pagine a caso, pubblica tanti video musicali dello stesso gruppo, perché crede che sia doveroso ricordarmi ogni giorno che lui ascolta quel gruppo, pubblica una ventina di immagini divertenti, che smettono di esserlo a questo punto, e scrive dove si trova in ogni istante.

Avete il coraggio di affermare che queste azioni hanno una portata informativa? Io no, l’unica informazione che ci possono dare è la scarsa intelligenza di chi le attua. Chiamarla informazione non ha più senso: si chiama spam. Mi stai dando fastidio, e tanto anche. Perché non mi rispetti e non rispetti il mio tempo: credi che sia giusto pubblicare cinquanta cose scadenti al giorno.

Il problema della superficialità e mediocrità dell’informazione su facebook è dunque dovuto al 50% al sistema, che ha reso la condivisione non tanto immediata e semplice, quanto piuttosto automatica, e per l’altro 50% agli utenti e alla cerchia di amici che ti sei costruito. Se sei circondato da un mare di informazioni irrilevante, è perché i tuoi amici la creano. Non si autogenera.

Per citare Clay Johnson: non dare la colpa all’informazione, dalla a te stesso. Nessuno entrando in una pasticceria grida “aiuto! ho un problema di food overload!”. Lo stesso vale per l’informazione, e per l’information overload: se ne consumi troppa, se hai sei reso il consumo caotico e senza senso, se quella che assumi è priva di interesse, la colpa è di come ti sei scelto le tue fonti. Ma siccome su facebook le tue fonti sono i tuoi amici — e forse proprio qua sta il problema e l’errore di fondo, che i nostri amici spesso e volentieri non sono una fonte d’informazione valida — non puoi risolvere il problema eliminandoli. E anche eliminare te stesso dal sito, non è una soluzione.

Piuttosto, vi ricordate l’amico che cliccava il tasto forward ad ogni mail contenente una catena, un video divertente, un’immagine strana o un appello e storia inventata? Simpatico, i primi giorni, poi tutti abbiamo finito col detestarlo. E l’amico a un certo punto ha smesso[1. Oppure, se recidivo, è finito dimenticato nello spam, con buona pace all’anima sua], capendo che l’uso dell’email è un altro, che la ricezione perpetua di materiale inutile non è apprezzata e, soprattutto, che inviare cinque mail al giorno alla stessa persona non aiuta nei rapporti.  Eppure, cinque è un numero basso se paragonato agli aggiornamenti che oggi un utente medio pubblica quotidianamente, su facebook, dove questo tacito accordo ancora non esiste, dove si è legittimati a segnalare molteplici video al giorno, senza finire nello spam e rendere insofferenti gli amici.

Facebook dovrebbe smetterla di spingere verso il frictionless sharing, che non è inevitabile e nemmeno utile. I suoi utenti dovrebbero imparare a rispettarsi a vicenda, porsi il perché di quell’informazione che stanno per condividere e darsi dei limiti. Ma questo è proprio quello che Mark Zuckerberg non vuole: che la gente condivida coscientemente. E questo è proprio il frictionless sharing: una condivisione automatica, senza pensarci sopra, senza fatica.

Quasi inconsapevole.

Path

Path è un social network lanciato un anno fa con quest’idea dietro: creare uno strumento su cui condividere pensieri, foto e quant’altro con un numero molto ristretto di persone, massimo 50. Perché 50? Lo spiegarono i creatori del servizio il Novembre scorso, al lancio, dicendo di essere giunti a tale numero grazie alla ricerca di un professore di Psicologia Evoluzionaria (Evolutionary Psychology) della Oxford University, Robin Dunbar, secondo cui 150 è il numero massimo di interazioni sociali che che la nostra mente può gestire contemporaneamente: riducendo questo numero di un terzo, otteniamo il quantitativo di amici che risultano avere un qualche valore per noi.

Le ricerche di Dunbar hanno mostrato che le relazioni personali tendono ad espandersi di un fattore di circa 3. Quindi mentre potremmo avere 5 persone che consideriamo amici davvero intimi, e 20 con cui manteniamo rapporti regolari, 50 è grossomodo il confine estremo della nostra rete personale.

Le funzioni di Path sono quelli di un social network classico, quale facebook o twitter. Potete dire cosa state facendo, dove vi trovate, pubblicare una foto o una canzone. Ma esattamente come twitter, è il limite imposto che rende questo questo social network diverso dagli altri: è solo per le persone a cui tenete veramente, non per tutti.

Prendete quindi Path come un social network strettamente personale, un diario chiuso fra amici, con cui comunicare con la famiglia e i vostri amici più intimi. Dove dovreste sempre trovare qualcosa che vi interessa, perché le persone che lo scrivono vi interessano.

Path è un social network nello stesso modo in cui lo è Instagr.am, o più recentemente Stamped: è legato ad un’applicazione – dalla quale si fa tutto – e non offre nessun sito web da cui gestire i contenuti. L’ultima versione è uscita oggi e non credo di esagerare dicendo che è la più bella applicazione per iPhone che abbia provato fino ad oggi. Esteticamente, non ha eguali.

Il paragone con facebook sorge spontaneo: quand’è che prenderanno sul serio anche loro il settore mobile? Quand’è che sistemeranno l’applicazione? Oramai funziona male da diversi mesi e, diciamocelo, non è che abbia mai eccelso. Come fa notare Frommers, con queste carenze Facebook si sta facendo sfuggire diverse opportunità. Come lo sharing della fotografia dal telefono, lasciato in mano a Instagr.am.

Path invece viene voglia di usarlo, da quanto è bello, nonostante la carenza di persone iscritte. E questo, purtroppo, è il vero problema.