Il cosmopolita fittizio di Zuckerberg

C’è un’immagine che piace molto a Zuckerberg e che a Zuckerberg piace aggiornare una volta all’anno. È una mappa del mondo che racconta una storia, quella che piace a Zuckerberg, sugli utenti di Facebook — le connessioni degli utenti collegano i continenti fra loro, delineano i bordi delle nazioni e descrivono un mondo globale e interconnesso, fatto di cosmopoliti. Non c’è una mappa sotto, ma solo connessioni e utenti che assieme formano la mappa e comunicano.

A Zuckerberg la mappa piace perché rappresenta le connessioni; mostra come Facebook abbia connesso e ravvicinato comunità distanti fra loro. Quello che la mappa nasconde è come, al contrario, la maggior parte delle interazioni che avvengono su Facebook siano locali — le stime dicono che le connessioni che attraversano i confini nazionali siano fra il 12% e il 16%. Le altre avvengono con i vicini di casa, con le persone che già conosciamo.

Secondo Ethan Zuckerman la mappa delinea un mondo immaginario, che porta sia Zuckerberg che Facebook a focalizzarsi su problemi secondari e fittizi, invece che lavorare per rafforzare i legami delle comunità locali:

Zuckerberg is being led astray by his own map. The most challenging problems Facebook faces are not those of ensuring that all humanity is connected. The challenge is to manage the connections we already have. Facebook’s tendency to connect us most tightly with those who share our perspectives and views is part of the web of forces leading to polarization and the breakdown of civility in politics in the US and elsewhere. The tendency to pay attention to the struggles and difficulties of our friends distances us from struggles in other communities, even as networks make it more possible for us to connect with those directly effected. Before we take the next step in human evolution, we need to look closely at the downsides of the connectivity we’ve already achieved.

Quelle volte in cui riesco a ignorare per giorni i social network, lo stream di notizie, twitter, blog, e a sparire brevemente da altri luoghi sociali della rete noto, come Kottke, che dell’assenza non frega nulla a nessuno:

Not a single person noticed that I had stopped using social media. (Not enough to tell me anyway.) Perhaps if it had been two weeks? For me, this reinforced that social media is actually not a good way to “stay connected with friends”. Social media aggregates interactions between loved ones so that you get industrialized communication rather than personal connection. No one really notices if a particular person goes missing because they’re just one interchangeable node in a network.

Real Life è un nuovo magazine (sponsorizzato da Snapchat) curato da Nathan Jurgenson, uno di quelli che da tempo spiega in maniera più efficiente e intelligente come la rete stia influenzano il nostro modo di comunicare e stare assieme, contestando l’idea molto diffusa che i rapporti che intessiamo online — le nostre interazioni “virtuali” — abbiano meno valore di quelli che intratteniamo fuori dalla rete, solo perché non avvengono in uno spazio fisico ma su internet.

Nathan contesta soprattutto la distinzione fra offline e online, fra reale e virtuale, definendola un “dualismo digitale“. Spiegato, da un articolo di Bicycle Mind di un paio di anni fa, così:

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

I primi articoli di Real Life sono usciti ieri. L’obiettivo della rivista, come scrive Nathan, è proprio quello di descrivere come viviamo con la tecnologia senza lasciarsi andare ai soliti articoli allarmanti del tipo “internet ci sta rendendo stupidi?”:

Real Life will publish essays, arguments, and narratives about living with technology. It won’t be a news site with gadget reviews or industry gossip. It will be about how we live today and how our lives are mediated by devices. We plan to publish one piece of writing every weekday, though we may eventually expand to other mediums and formats as well. […]

Popular discourse on technology has sustained the idea that there is a digital space apart from the social world rather than intrinsic to it, while popular tech writing is often limited to explaining gadgets and services as if they’re alien, as well as reporting on the companies that provide them. This work is crucial, but writing about technology is too often relegated to the business section. On this site, it will be the main event. We’re not a news or reviews site, but we will describe the tech world—specifically how that industry shapes the world we live in today. To that end, we aim to address the political uses of technology, including some of the worst practices both inside and outside the tech industry itself.

I social network — ottimizzati per mostrarci cose che ci piacciono — stanno contribuendo alla diffusione di cospirazioni e teorie imbecilli. Una volta che un utente si iscrive a un gruppo contro gli OGM, per fare un esempio, finisce in un circolo vizioso in cui gli vengono suggerite e presentate varie notizie e opinioni altrettanto opinabili — come i gruppi anti vaccini, o i vari metodi naturali e “ingiustamente” non riconosciuti per curare una malattia.

Scrive Fast Company:

In his 1962 book, The Image: A Guide to Pseudo-Events in America, former Librarian of Congress Daniel J. Boorstin describes a world where our ability to technologically shape reality is so sophisticated, it overcomes reality itself. “We risk being the first people in history,” he writes, “to have been able to make their illusions so vivid, so persuasive, so ‘realistic’ that they can live in them.” […]

Rather than pulling a user out of the rabbit hole, the recommendation engine pushes them further in. We are long past merely partisan filter bubbles and well into the realm of siloed communities that experience their own reality and operate with their own fact.

Per dimostrare questo effetto, il Wall Street Journal ha creato due differenti versioni del news feed di Facebook: in un caso il news feed raccoglie le notizie che vedono e vengono consigliate ai sostenitori del partito democratico, nell’altro quelle che vengono proposte alle persone che votano i repubblicani.

Si discute molto in questi giorni della sezione trending topics di Facebook, che a differenza del news feed — nel quale la priorità di una notizia rispetto a un’altra viene determinata da un algoritmo — ha delle persone dietro che scelgono a quali notizie dare rilevanza. Pare, stando alle dichiarazioni di uno dei giornalisti che lavora a Facebook, che il social network abbia optato più volte per censurare una notizia a supporto del partito conservatore in favore del partito democratico.

In realtà, trending topics è una sezione piccola di Facebook che vive nella sidebar del sito. Facebook può sì influenzare i suoi utenti scegliendo a quali notizie dare risalto, ma che sicuramente ha più impatto sulle loro idee e scelte politiche è il news feed — e il news feed ahimè ha un problema ben più grosso: ci mostra solo quello che ci dà ragione, contribuendo a una polarizzazione generale delle nostre opinioni. È editoriale ma meno esplicitamente: non ha un gruppo di persone dietro che ne curano il contenuto — come trending topics —, ma ha un algoritmo basato comunque su un principio: suggerirci cose che ci piacciono.

Come scrive Ben Thompson, è il news feed che rischia di fare un danno maggiore alla società:

This, then, is the deep irony of this controversy: Facebook is receiving a huge amount of criticism for allegedly biasing the news via the empowerment of a team of human curators to make editorial decisions, as opposed to relying on what was previously thought to be an algorithm; it is an algorithm, though — the algorithm that powers the News Feed, with the goal of driving engagement — that is arguably doing more damage to our politics than the most biased human editor ever could. The fact of the matter is that, on the part of Facebook people actually see — the News Feed, not Trending News — conservatives see conservative stories, and liberals see liberal ones; the middle of the road is as hard to find as a viable business model for journalism (these things are not disconnected).

La verità è che il problema risiede nella premessa di Facebook di essere neutrale: né l’algoritmo che determina cosa mostrarci nel news feed, né la sezione curata manualmente da un gruppo di giornalisti, lo sono. Entrambi sono editoriali — ed è il news feed, l’idea che solo quello che ci piace ed è in sintonia con le nostre opinioni debba interessarci — che dovrebbe preoccuparci maggiormente.

La cascata d’informazione non filtrata e ordinata cronologicamente a cui ci ha abituato Twitter, Instagr.am, i blog prima e Facebook poi è un modo sempre più inefficace di processare e organizzare l’informazione online, scrive Casey Johnston:

The feed arose as a simple way to take advantage of the new possibilities of the web. How should information be sorted when it’s being created continually, and not in packaged issues or editions? Early on, putting content in a long list according to the time it was posted made the most sense. It’s the easiest way to organize anything, ever: You just make a pile, and the oldest stuff is at the bottom. It was a perfect paradigm for social networks: It’s transparent, so you don’t need to explain to your users how it works. It fits nicely on a smartphone. Best of all, it encourages people to constantly refresh, which reads as a certain kind of engagement.

Unfortunately, chronological order doesn’t scale well. Once a medium or platform has had its here-comes-everyone moment, the stuff you actually want to see gets buried in an undifferentiated stream — imagine a library organized chronologically, or even the morning edition of a newspaper. People are doing too many things and they are happening all at once, and the once-coherent experience of people using a platform unravels into noise.

Nel momento in cui un servizio raggiunge un numero considerevole di utenti, il rumore diventa troppo forte e non solo si fa fatica a tenersi aggiornati ma si fa anche fatica a capire con chi si ha a che fare — con chi si sta comunicando:

And, as it turns out, the same neutrality and transparency that made time-based sorting so appealing can be a particular liability for social media. It’s an established fact of social media services that, once they reach enough size that the potential audience for a post becomes nebulous, people shy from posting on them, because they can’t predict what reaction they’ll get. This — called “context collapse” — is why we’ve seen group messaging services boom as broader social media ones have flattened; in your Slack or HipChat or GroupMe, you know how your friends or family will react to a link you post. On an open and unfiltered social media feed, the outcome of posting to a public is far too unpredictable.

Leigh Alexander su quella funzionalità di Facebook che una volta al giorno ti ricorda cosa ti è successo uno, due, tre o più anni fa nella stessa giornata:

Part of the palpable dissonance comes from the fact that many of our posts were never intended to become “memories” in the first place. An important question gets raised here: what’s the purpose of all this “content” we serve to platforms, if it’s useless in constructing a remotely valuable history of ourselves? Are we creating anything that’s built to last, that’s worth reflecting on, or have social media platforms led us to prize only the thoughts of the moment? […]

We generally think of social media as a tool to make grand announcements and to document important times, but just as often – if not more – it’s just a tin can phone, an avenue by which to toss banal witterings into an uncaring universe. Rather, it’s a form of thinking out loud, of asserting a moment for ourselves on to the noisy face of the world.

Francesco Piccolo:

La Storia, senza pudore, è entrata anche nella vita privata. Chissà se è colpa di certi francesi; quando abbiamo letto le vite private nel Medioevo di Jacques Le Goff, abbiamo subito pensato: prepariamo anche la nostra vita quotidiana per un Le Goff del futuro che ci studierà. Quindi, quella che Carlo Emilio Gadda chiamava la primavoltità, e cioè quella serie di eventi che nella vita di un singolo individuo accadono una sola volta con il sapore dell’inedito — il primo giorno delle elementari, il primo bacio, il primo canestro, il primo incidente in motorino, il primo tradimento — ecco, tutto questo, nel clima di rappresentazione storica che ci circonda, abbiamo cominciato a viverlo come un fatto epocale, da tramandare ai posteri. Scriviamo sui social con enfasi, e ci hanno detto che le nostre pagine sono incancellabili, rimarranno per sempre. E non fa niente allora, se tutte queste primevoltità capitano a ognuno, senza distinzione di epoche, latitudini ed età. Non ce ne importa: se la comunichiamo immediatamente al mondo, in qualche modo stiamo contribuendo alla Storia, o quantomeno alla microstoria (se proprio si conserva un po’ di umiltà).

Twitter mi ha stancato

Ho (quasi) completamente smesso di utilizzare Twitter. È successo pian piano, e non intenzionalmente. Ho iniziato scrivendoci sopra meno frequentemente, passando da utente attivo a passivo. Osservando la timeline, limitandomi a dare una stellina o due al giorno, a retwittare al massimo. Quei pochi tweet fatti di testo sono diventati meno interessanti di un tempo: più impersonali. Ho iniziato col twittare solo link ed immagini, che è quello che vuole Twitter oggi: meno parole, più contenuti. All’inizio il mio twittare era fatto di opinioni, pensieri e riflessioni personali; oggi è fatto di link e retweet.

Tweetbot — il client che uso da anni — è ancora nella prima schermata del mio iPhone, ma solo per abitudine: perché, dal 2006, Twitter è stata una presenza costante. Ho conosciuto persone su Twitter, ho interagito con tanti lettori di questo blog. Credo il mio rapporto con Twitter perduri per abitudine, affezione, più che per ciò che oggi ne traggo.

Purtroppo, mi sento di condividere le parole di Umair Haque:

We once glorified Twitter as a great global town square, a shining agora where everyone could come together to converse. But I’ve never been to a town square where people can shove, push, taunt, bully, shout, harass, threaten, stalk, creep, and mob you. […]

What really happens on Twitter these days? People have self-sorted into cliques, little in-groups, tribes. The purpose of tribes is to defend their beliefs, their ways, their customs, their culture — their ways of seeing the world. The digital world is separated into “ists” — it doesn’t matter what, really, economists, mens-rightists, leftists, rightists — and those “ists” place their “ism” before and above all, because it is their organizing belief, the very faith that has brought them together in the first place.

Twitter, come strumento per conversare e raggiungere chiunque, negli ultimi anni mi ha deluso. Il passaggio da social network per tutti a social network ottimizzato per celebrità l’ha impoverito. L’incapacità di migliorarsi, non solo per pubblicitari e Taylor Swift, l’ha reso più scemo. Su Twitter si grida. La piattaforma non promuove più le conversazioni ma soprattutto promozioni e litigi. Non è più fatta per gli utenti, ma per i pubblicitari.

L’idea alla base di Twitter è ancora valida, solamente a questo punto ho grosse perplessità che sarà Twitter a realizzarla pienamente. Twitter è stato, per un periodo di tempo, lo strumento migliore per avviare una conversazione su internet — il modo più rapido e sicuro per raggiungere qualcuno. Per me, se non altro, era soprattutto quello: un luogo per conversare; la facilità e rapidità con cui è possibile intromettersi in uno scambio di tweet senza dover prima chiederne il permesso. Ma basta guardare a cos’ha lavorato Twitter negli ultimi anni per capire che le priorità sono state altre. L’ultimo sforzo inutile sono i sondaggi nativi. Invece di migliorare le conversazioni, lo sforzo è andato a concentrarsi nell’assomigliare più ad altri social network, alle alternative. Insomma, negli ultimi anni Twitter si è impoverito e non ha fatto nulla per risolvere quei problemi che rovinano il suo prodotto principale: le conversazioni — problemi come abuso, o difficoltà per utenti non esperti e casuali di estrarre utilità dalla piattaforma. La timeline è Twitter, e il lavoro sulla timeline è stato molto debole — le difficoltà che c’erano nel 2006 nel restare aggiornati perdurano nel 2015. Anche il nuovo Twitter Moments è deludente: ricorda, per implementazione — così visuale, pieno di media e privo quasi di testo —, più Snapchat che Twitter. Invece di essere fatto e basato sulle conversazioni degli utenti sembra essere fatto dalle conversazioni di un gruppo di persone verificate e testate selezionate.

Nel 2015, Medium sembra uno strumento più adatto per parlare con qualcuno. Molto lavoro nell’ultimo anno è andato proprio in questa direzione: a sembrare meno una pubblicazione editoriale, e più un network di persone che parlano fra loro. Medium è un social network che facilita la conversazione, e che nel frattempo pone anche attenzione sulla qualità della conversazione. I suoi contenuti sono facili da ritrovare senza dover avere un client sempre aperto.

Ho iniziato dicendo che ho smesso di twittare, se non raramente. Mi accorgo però che ultimamente ho anche smesso di leggerlo, Twitter. Le conversazioni che un tempo seguivo con attenzione oggi avvengono — e si rivelano più proficue — altrove senza tutto quel rumore di fondo. Spesso, quell’altrove è Medium.

Il web delle relazioni

Zeynep Tufekci riflette su cosa hanno fatto i social network ai blog (blogger) politici, soprattutto nelle zone in cui non c’è molta libertà (Zeynep parla soprattutto della Turchia). Ci sono aspetti positivi e negativi. Di positivo c’è che è molto più difficile censurare e bannare un intero social network rispetto a un blogger isolato, che può essere minacciato con attacchi DDOS e bloccato restando senza molti modi di difendersi:

Unlike a blogger, it’s very hard to isolate and ban Facebook or Twitter. A blogger can be placed in jail, a network of people on a platform with millions of users is much harder. In the past, the people who read the political blogs were mostly political people.

Di negativo c’è che ai social network non interessano davvero i contenuti di quel tipo. I social network sono ottimizzati per consegnare pubblicità, per distribuire contenuti che attirano mi piace:

Despite being populated mostly of dissidents around the world, some in exile, many friends in jail, hiding, or in open rebellion, my Facebook feed sometimes feels like Disneyland.

Un link non è solo un link, ma è una relazione, una connessione fra due persone, scrive Tufekci. E questo web di relazioni è proprio ciò che rischiamo di perderci passando ai social network, passando a un web le cui logiche sono dettate anche dal modello di business del prodotto che utilizziamo per comunicare.

So maybe there is a “link fetishism” that obscures the true heart of a link: it’s a connection between people. The current attention economy and its obsession with numbers — and virality — obscures this core fact about what is beautiful about the web we loved, and one we are trying not to lose. We are here for each other, not just through the fluffy, and the outrageously shareable, and the pleasant and the likable — but through it all. When we write, and link to each other, we are connecting to each other, not merely to content.

Automatismi

Gli automatismi con cui giudichiamo chi ha lo sguardo fisso su uno schermo mi hanno sempre lasciato perplesso. “Guarda la coppia seduta al tavolo di fianco: da cinque minuti non si scambiano una parola, troppo presi dal loro smartphone.” — spesso qualcuno mi fa notare. Pazienza se non conosciamo nulla di quello che stanno facendo o hanno fatto (magari hanno parlato incessantemente per ore), e di ciò che faranno dopo: qualcuno li giudicherà comunque.

Nella stessa maniera, moralista e fastidiosa, e con la stessa popolarità di cui queste cose godono, circola in rete una foto di una scolaresca in gita ad Amsterdam, dentro a un museo (il Rijksmuseum), di fianco a un Rembrandt, e con gli sguardi chini sui loro cellulari. A nessuno viene da supporre che i ragazzi stiano cercando il quadro su Google — magari sollecitati dall’insegnante —, stiano utilizzando l’applicazione del museo o stiano facendo di internet un qualsiasi altro uso proficuo.

No. È un segno di dove siamo andati a finire. Scrive Massimo Mantellini:

Vi viene in mente una maniera più efficace per descrivere la povertà dei tempi moderni? Il loro abisso, la perdita di ogni punto di riferimento, il disinteresse verso la cultura classica, l’eterno riferirsi ad un presente che ci rimbecillisce?

No, una maniera migliore non c’è, e non c’è per due ragioni. La prima è quella – ovvia – che se ci interessa sostenere la tesi della stupidità del nostro essere eternamente connessi (ed eternamente dediti di giorno e di notte a stupidaggini irrilevanti) quella foto è perfetta. Anzi sono abbastanza sicuro che la vedremo circolare nei prossimi dieci anni con discreta frequenza perché il non detto che trasmette è di primo acchito chiaro e lampante. Piuttosto che comprendere la grandezza di Rembrandt i giovani virgulti preferiscono dare conferma alle fosche previsioni di “malattia generazionale” sostenute da Umberto Eco, l’umanità avviata all’autodistruzione dentro un gorgo di superficialità che infine ci ucciderà tutti.

La seconda ragione è che, molto probabilmente quella foto non è quello che sembra e anzi la lettura superficiale che siamo portati a darne è a sua volta un segno interessante di quanto siano vasti e automatici i pregiudizi che riserviamo al mondo che cambia.

Fuori da Facebook le amicizie sono fluide — ci dimentichiamo di persone che un tempo frequentavamo abitualmente, o abbiamo a che fare con altre per soli pochi mesi. Facebook, al contrario, e ce le ricorda tutte, informandoci quotidianamente su persone che non sentiamo da anni.

Forse perché nato inizialmente all’interno di un college, permette di espandere la propria rete sociale facilmente, senza poi fornire degli strumenti che permettano di gestire questi “incontri” adeguatamente — e che, volendo, permettano di dimenticarsene:

Remnants of my past life float through my feed like ghosts in the night. Facebook’s intelligent algorithms think that I still care about most of these people, that their “life events” should be a part of my daily “newspaper”. As a result, my Facebook feed feels less relevant than it ever has. […] In the real world, losing touch with people happens naturally and effortlessly, but on Facebook, unfriending is reserved only for breakups and acts of malice.

Appunti sparsi sul dualismo digitale

Appunti sparsi presi allo speech di Nathan Jurgenson all’Internet Festival di Pisa sul dualismo digitale; con aggiunte, commenti e precisazioni personali.

Pensiamo all’online e all’offline come a due entità separate, mentre non lo sono: l’offline è costantemente influenzato dall’online e viceversa. L’online non è un mondo astratto fatto di byte: dietro ai siti e ai social network e a quel mondo ci siamo sempre noi. Abbiamo creato questa finzione del mondo virtuale fatto da chissà chi per crearne, allo stesso tempo, un’altra: quella del mondo reale fatto di campi di grano, pannocchie dorate, gente scalza, aria fresca e rapporti puri senza intermediari, senza interruzioni.

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

Abbiamo patologizzato la connessione, iniziando a definire come più umano — più autentico — chi non è connesso. Abbiamo costruito una morale e cominciato a considerare la connessione come problematica, quasi una malattia. Abbiamo iniziato a parlare di astinenza dalla rete, quasi fosse una virtù. Ma la visione dualistica, fra vita reale e mondo virtuale, è insoddisfacente: crede che basti disconnettersi per fare a meno della rete. Questa è una concezione più pessimista: puoi anche disconnetterti, ma non ne stai davvero facendo a meno. Apprezzi così tanto il tempo senza rete perché normalmente hai la rete, perché mentre ti godi il gorgoglio del ruscello pensi a quello che ti sei lasciato alle spalle e a cui (sospiro di sollievo) potrai tornare. E comunque: mentre credi di farne a meno ti appoggi ad un mondo che funziona grazie a questa — e indirettamente continui a farne uso. Un po’ come quella persona che non ha il cellulare, però grazie all’uso che ne fanno gli amici riesce a tenersi in contatto.

La persona che pensa più spesso al denaro è quella che non ce l’ha, dicono. Funziona un po’ così: quelli più fissati con la storia del dualismo digitale sono anche gli stessi che alla fine ci pensano di più, e vedono le cose più in antagonismo. C’è sinergia fra i due: c’è un mondo solo, quello reale, e il virtuale ne è parte (come tante altre cose). Invece che purificarci facendo a meno della rete dovremmo impararne a farne un uso migliore. Puoi disconnetterti, e goderti il tempo senza, ma sapendo che ciò avviene perché quando ti sarai stancato del profumo delle margherite potrai riaccendere l’iPhone e leggere le cose interessanti che le persone dall’altra parte del globo stanno scrivendo. Pensa che rottura di palle, altrimenti.

C’è (a volte) un problema di abuso, e di buone maniere, nessuno lo nega. Ma non lo si risolve togliendosi dalla rete. È una soluzione a breve termine, senza futuro, drastica. E comunque, anche volendo, non ci si riesce — se non in apparenza.

A rischio sbadiglio

Massimo Mantellini, su Paul Miller e quelli che lasciano Internet:

Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.

Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare.

Leggo diversi commenti su quanto sia interessante l’esperimento di Miller. Ho espresso ripetutamente i miei dubbi, in breve io credo non solo che abbandonare la rete per un anno non giovi granché ai problemi che uno ha con Internet (è una soluzione solo in parte, ed è la peggiore e più drastica), ma che la cosa di per sé sia una trovata non tanto originale e, per chi guarda, pallosa — un esperimento non dei più necessari, se vogliamo. Dietro poi c’è l’idea un po’ superba che forse tutti stanno sbagliando, e io senza rete posso farcela meglio del resto del globo che ha deciso di esserne schiavo. Ritrovare se stessi facendo a meno di uno strumento. Invece poi si scopre che il resto dell’umanità non è scema, e che un po’ come la corrente elettrica e gli altri progressi tecnologici, Internet serve (che è diverso da fondamentale per la vita, ma comunque torna in molti casi utile). Lo ha scritto Miller stesso l’altro ieri, nel suo primo post da quanto è tornato su Internet, “I thought the internet might be an unnatural state for us humans, or at least for me.” Into The Wild, reloaded.

C’è la solita dicotomia, offline e online, uno è finzione e l’altro e realtà, virtuale verso vita vera e pura, rapporti fittizi contro rapporti veri. Forse il commento più interessante su questa infinita discussione sulla relazione fra mondo “reale” e Internet viene da Nathan Jurgenson:

There’s a lot of “reality” in the virtual, and a lot of “virtual” in our reality. When we use a phone or a computer we’re still flesh-and-blood humans, occupying time and space.

Ci sono molte cose da cui noi umani siamo diventati dipendenti, e non per forza dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo utilizzarle intelligentemente, questo sì. Dobbiamo migliorarle e migliorarne l’uso che ne facciamo. Forse sono io, ma leggendo Miller durante l’anno raramente ho trovato riflessioni che mi hanno fatto pensare ne sia valsa la pena, e molte delle conclusioni e scoperte potevano essere raggiunte e immaginate senza cimentarsi nell’impresa.

L’esperimento è stato interessante? Yawn. Sapete cosa è interessante? Utilizzare Internet in maniera proficua per migliorarla e migliorare quello che ci sta attorno. Non fare un passo indietro, spaventati.

Abbiamo assorbito così tanto la logica dei social network che oramai pensiamo a come racconteremo quello che stiamo vivendo nel momento stesso in cui lo stiamo vivendo. Ogni istante è carico di potenzialità digitale e pensiamo a come raccontarlo e catturarlo, come ironizza la copertina del New Yorker in edicola.

Sull’argomento si è espresso Nathan Jurgenson sul The New Inquiry, sostenendo che la linea di separazione fra vita online e offline sia più che altro fittizia:

Risolvere questo dualismo significa anche risolvere la contraddizione: magari non riusciremo mai a disconnetterci completamente, ma in nessun modo questo implica una perdita dei rapporti faccia-a-faccia, la lenta, analogica, profonda introspezione, le lunghe camminate, o il sottile riconoscimento per la vita senza schermo. Apprezziamo tutto questo più che mai. Cerchiamo solamente di non pretendere di fare parte di qualche elitario gruppo speciale che ha accesso alla vera e pura esperienza offline, trasformando qualcosa di reale in un feticcio.

Il web ha un intreccio stretto con il “mondo reale”, la nostra vita su Internet non è separata dalla nostra vita fuori da Internet. Siamo sempre noi, che ci esprimiamo in modi, seppur diversi, sempre veri.