Tim Wu, sul New Yorker:

Today, the project sits in a kind of limbo. On one hand, Google has scanned an impressive thirty million volumes, putting it in a league with the world’s larger libraries (the library of Congress has around thirty-seven million books). That is a serious accomplishment. But while the corpus is impressive, most of it remains inaccessible. Searches of out-of-print books often yield mere snippets of the text—there is no way to gain access to the whole book. The thrilling thing about Google Books, it seemed to me, was not just the opportunity to read a line here or there; it was the possibility of exploring the full text of millions of out-of-print books and periodicals that had no real commercial value but nonetheless represented a treasure trove for the public. In other words, it would be the world’s first online library worthy of that name. And yet the attainment of that goal has been stymied, despite Google having at its disposal an unusual combination of technological means, the agreement of many authors and publishers, and enough money to compensate just about everyone who needs it.

Purtroppo è in fase di stallo da anni; del resto il compito di Google — per stessa ammissione di Google — non è più quello di organizzare la conoscenza del mondo.

Se avete voglia di capire cosa sia andato storto e a quali problemi (copyright) l’azienda sia andata incontro, o perché abbia deciso di intraprendere un progetto apparentemente impossibile (scannerizzare tutte le libreria del mondo), consiglio Google and the World Brain. È un breve documentario che racconta la nascita di Google Books.

Per anni, la missine di Google includeva l’importante compito di preservare il passato. Google Books, lanciato nel 2004, aveva come obiettivo la digitalizzazione e preservazione di ogni libro mai pubblicato, al ritmo di 1.000 pagine all’ora. Il Google News Archive, lanciato nel 2006 con notizie risalenti fino a 200 anni fa, rappresenta uno sforzo nella medesima direzione.

Quando l’obiettivo di Google era organizzare l’informazione del mondo, e renderla accessibile, preservarla — chiedersi cosa ne sarà fra 10 anni delle pagine web indicizzate — era parte e sforzo fondamentale per raggiungere tale obiettivo. Uno sforzo non particolarmente remunerativo, ma molto apprezzato, che purtroppo negli anni è andato diminuendo.

Due mesi fa Larry Page ha detto che l’azienda non si sente più rappresentata dal “mission statement” di 14 anni fa. L’obiettivo è cambiato. “Organise the world’s information and make it universally accessible and useful” è del 1998, e male si adatta alla Google odierna. Il focus è sul social e sull’oggi, del passato interessa meno. Scrive Andy Baio:

Google in 2015 is focused on the present and future. Its social and mobile efforts, experiments with robotics and artificial intelligence, self-driving vehicles and fiberoptics.

As it turns out, organizing the world’s information isn’t always profitable. Projects that preserve the past for the public good aren’t really a big profit center. Old Google knew that, but didn’t seem to care.

The desire to preserve the past died along with 20% timeGoogle Labs, and the spirit of haphazard experimentation.

Preservare la conoscenza non è remunerativo, ma è necessario.

Per fortuna che c’è l’Internet Archive. Il nome è fuorviante: molti pensano che il suo scopo sia preservare Internet, ma seppure quel compito sia fra i principali svolti dall’organizzazione, l’Internet Archive è soprattutto una biblioteca digitale. Lo scopo è più ampio; è preservare, e garantire accesso futuro, alla conoscenza. Ciò include anche preservare le pagine web, ma il motto e l’obiettivo dell’Internet Archive è più generico, inclusivo e caotico. È “Universal access to all knowledge“.