A rischio sbadiglio

Massimo Mantellini, su Paul Miller e quelli che lasciano Internet:

Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.

Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare.

Leggo diversi commenti su quanto sia interessante l’esperimento di Miller. Ho espresso ripetutamente i miei dubbi, in breve io credo non solo che abbandonare la rete per un anno non giovi granché ai problemi che uno ha con Internet (è una soluzione solo in parte, ed è la peggiore e più drastica), ma che la cosa di per sé sia una trovata non tanto originale e, per chi guarda, pallosa — un esperimento non dei più necessari, se vogliamo. Dietro poi c’è l’idea un po’ superba che forse tutti stanno sbagliando, e io senza rete posso farcela meglio del resto del globo che ha deciso di esserne schiavo. Ritrovare se stessi facendo a meno di uno strumento. Invece poi si scopre che il resto dell’umanità non è scema, e che un po’ come la corrente elettrica e gli altri progressi tecnologici, Internet serve (che è diverso da fondamentale per la vita, ma comunque torna in molti casi utile). Lo ha scritto Miller stesso l’altro ieri, nel suo primo post da quanto è tornato su Internet, “I thought the internet might be an unnatural state for us humans, or at least for me.” Into The Wild, reloaded.

C’è la solita dicotomia, offline e online, uno è finzione e l’altro e realtà, virtuale verso vita vera e pura, rapporti fittizi contro rapporti veri. Forse il commento più interessante su questa infinita discussione sulla relazione fra mondo “reale” e Internet viene da Nathan Jurgenson:

There’s a lot of “reality” in the virtual, and a lot of “virtual” in our reality. When we use a phone or a computer we’re still flesh-and-blood humans, occupying time and space.

Ci sono molte cose da cui noi umani siamo diventati dipendenti, e non per forza dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo utilizzarle intelligentemente, questo sì. Dobbiamo migliorarle e migliorarne l’uso che ne facciamo. Forse sono io, ma leggendo Miller durante l’anno raramente ho trovato riflessioni che mi hanno fatto pensare ne sia valsa la pena, e molte delle conclusioni e scoperte potevano essere raggiunte e immaginate senza cimentarsi nell’impresa.

L’esperimento è stato interessante? Yawn. Sapete cosa è interessante? Utilizzare Internet in maniera proficua per migliorarla e migliorare quello che ci sta attorno. Non fare un passo indietro, spaventati.

Connettersi meglio

Beppe Severgnini ha così descritto, sul Corriere, l’effetto della sua volontaria astinenza da Internet per sette giorni:

Mi accorgo di essere meno distratto, e la concentrazione risulta facile. È come se avessi liberato Ram cerebrale. Come succede sotto la doccia o in volo sugli aerei, due luoghi offline (per adesso).

Nel 2010 anche una giornalista di The Millions, Edan Lepucki, si gettò in questo esperimento giungendo ad una sensazione simile a quella descritta da Severgnini, una sensazione di libertà e di leggerezza — non aveva più il peso ossessivo degli articoli ancora da leggere, né l’ansia dei tweet in costante arrivo.

Per quanto condivida questa sensazione, che a mia volta ho provato nei sempre più rari momenti in cui la rete mi abbandona, dobbiamo convenire che la soluzione attraverso cui “la tranquillità” è stata raggiunta — ovvero togliere internet dalla propria vita, del tutto — non è praticabile, né tantomeno utile. Infatti si finisce col fare come Severgnini, che allo scadere dei sette giorni corre su twitter a vedere cosa si è perso, quasi sollevato che l’incubo sia terminato.

Nella nostra vita non possiamo leggere tutti i libri che ci interessano, né vedere tutti i film mai girati. È triste, ma abbiamo imparato a farcene una ragione e a scegliere meglio, a causa di questa situazione, a cosa dedicare il nostro tempo. Allo stesso modo, dobbiamo accettare il fatto che ci perderemo tantissimi articoli, non avremo mai il tempo necessario per stare dietro a twitter e molte delle cose salvate su Instapaper non le leggeremo mai. Pazienza. Dobbiamo riuscire a liberarci dell’ansia a cui notizie sempre nuove e per noi interessanti ci inducono, l’ansia di rimanere indietro rispetto al loro flusso costante; dobbiamo imparare a ignorarle, a ridurre l’informazione e smettere di dare la colpa alla tecnologia e all’informazione stessa, se questa ci riempie inverosimilmente le nostre vite.

«Si può avere l’informazione o si può avere una vita, ma non tutte e due le cose» — Douglas Coupland, Le ultime cinque ore (*)

La colpa è nostra, se consumiamo troppe cose il problema siamo noi. Che senso ha disconnettersi da Internet per una giornata, come molte famiglie scelgono di fare di domenica? Invece di concedersi un fugace momento di pace, non sarebbe meglio adattare la rete alle proprie vite e fare in modo che la sua presenza non ci disturbi? In ‘Plug In Better‘, un manifesto pubblicato sull’Atlantic, l’autrice suggerisce di utilizzare meglio i propri strumenti: la soluzione non è privarsi di questi, ma farne buon uso. Evitare le distrazioni, l’information overload, le costanti notifiche e tutte quelle cose che ci rendono infelici.

Io sono del medesimo parere: invece che privarti di Internet, utilizzalo meglio. Non abbiamo bisogno di una giornata di riposo dalla tecnologia. Se ciò di cui incolpiamo la rete è distrarci dai rapporti umani allora abbiamo bisogno di imparare a connetterci meglio con gli individui, attraverso essa.

(Sulla condivisione inconsapevole)

Se permettiamo a noi stessi di dare la colpa alla tecnologia di distrarci dai nostri figli o dai rapporti con la comunità, allora la soluzione al problema diventa semplicemente fare a meno della tecnologia” [1. “We Don’t Need Digital Sabbath“, The Atlantic]. Ma è assurdo dare la colpa della perdita dei rapporti umani ad un mezzo che dovrebbe “connetterci” maggiormente.

Connettersi meglio significa ridurre il numero di tab aperte, disattivare i flussi di informazione che abbiamo costantemente attivi e, una volta eliminate le distrazioni, dedicarsi ad una sola persona. Scrivergli una lunga mail, conversare con lei attraverso Skype — scegliere e preferire questi sistemi agli SMS, ai messaggi istantanei, a facebook. Scegliere di seguire una conversazione lunga e profonda con Internet, evitando fretta e distrazioni, evitando il multitasking.

Il tipo di connessione che si instaura con quella persona non è forse profonda, in buona parte, tanto quella che avremmo ricavato con lei davanti ad una tazza di caffè? Perché qualificarla come necessariamente inferiore? È diversa, questo è certo, ma non è meno profonda. La rete può rivelarsi a sua volta utile per stringere rapporti umani.

Il nostro riserbo nel definire una connessione come quella sopra descritta reale (e profonda), ovvero ciò che ci spinge, alla fine, ad attribuirgli un valore inferiore rispetto ad un incontro avvenuto in un luogo dotato di coordinate spazio/temporali deriva dal fatto che spesso siamo portati a considerare la vita su Internet una cosa a sé stante, diversa dalla vita nel mondo reale.

Dovremmo dimenticarci dell’acronimo I.R.L, la nostra vita su Internet non è separata dalla nostra vita “offline”. Sono parte integrante della medesima vita: io sono la stessa persona, in rete e fuori dalla rete. Ne dà dieci ragioni Alexandra Samuel, in questa conferenza TED.

Può essere bello privarsi della rete per alcuni giorni — ci sentiamo più liberi, come Severgnini. Perché, ammettiamolo, è difficile liberarsi delle distrazioni. Così difficile che è più facile privarsi del tutto del mezzo — un po’ come (D.F.) Wallace, che ammise di non avere la televisione perché altrimenti l’avrebbe guardata mattina, giorno e sera.

Eppure non può essere la soluzione, non può essere la soluzione perché in un futuro sarà sempre più difficile fare a meno della rete e quindi raggiungere la pace attraverso l’assenza di essa.

La soluzione, per forza di cose, dev’essere la seconda: imparare a connettersi meglio. O, in altre parole: quello di cui abbiamo bisogno non è una vacanza lontani della rete, ma riuscire a sfruttare meglio il nostro tempo online. Anche se non sarà facile.