Quando si devono caricare enormi quantità di dati sulla cloud resta tuttora più veloce spedirli – fisicamente, mettendoli dentro un camion o su un aereo – piuttosto che fare un upload.

Il nuovo servizio di Amazon per AWS va incontro a quest’esigenza: è un camion, capace di trasportare circa 100 petabyte di dati. Per riempirlo completamente ci si mettono 10 giorni. Poi inizia l’upload, che in questo caso significa che il camion si mette in viaggio verso il datacenter di Amazon.

Google racconta uno dei propri data center, quello di Austin. Le misure di sicurezza — del luogo stesso: per impedire l’accesso a estranei — sono quasi incredibili.

Letteralmente: i cavi transoceanici. Perché, ricordiamo, l’internet funziona grazie a dei tubi — non per via delle nuvole. Google sta investendo per renderli resistenti ai loro morsi:

Reports of sharks biting the undersea cables that zip our data around the world date to at least 1987. That’s when the New York Times reported that “sharks have shown an inexplicable taste for the new fiber-optic cables that are being strung along the ocean floor linking the United States, Europe, and Japan.”

(Su cavi e internet, la storia di come stanno collegando Giappone e Londra senza toccare terraferma, e tutto grazie al riscaldamento globale)

Internet Machine è un breve documentario (circa sei minuti) su uno dei datacenter più grandi e sicuri del mondo, quello di Telefonica in Alcalá, Spagna. L’ha girato Timo Arnall, con l’intenzione di spiegare internet facendo a meno della cloud:

In this film I wanted to look beyond the childish myth of ‘the cloud’, to investigate what the infrastructures of the internet actually look like. It felt important to be able to see and hear the energy that goes into powering these machines, and the associated systems for securing, cooling and maintaining them.

La mappa di TeleGeography , che traccia i cavi immersi negli oceani e nei mari che portano internet da un continente all’altro. Affascinante; utile a ricordare che internet è fatta per una buona parte fatta di tubi.

Apprezzo molto la nuova iniziativa di Google di aprire a occhi esterni i suoi datacenter. Where the Internet lives è un minisito ricco di meravigliose immagini — meravigliose, se come a me queste cose vi piacciono. Si può anche visitare il datacenter con Street View.

Steven Levy, che ha visitato uno dei datacenter di Google di persona, scrive:

This is what makes Google Google: its physical network, its thousands of fiber miles, and those many thousands of servers that, in aggregate, add up to the mother of all clouds. This multibillion-dollar infrastructure allows the company to index 20 billion web pages a day. To handle more than 3 billion daily search queries. To conduct millions of ad auctions in real time. To offer free email storage to 425 million Gmail users. To zip millions of YouTube videos to users every day. To deliver search results before the user has finished typing the query.

Andrew Blum si è chiesto cos’è Internet, com’è fatto, fisicamente. È andato alla ricerca dei cavi che gli permettono di funzionare ed ha scoperto che è un luogo molto più materiale di quanto pensiamo. Andrew non parla di datacenter o, meglio, non solo di quello: principalmente, parla di tubi. Usiamo spesso rappresentare la rete come “una nuvola” che sta sopra di noi, ma la storia raccontata in Tubes — il libro frutto della sua ricerca — tratta di oceani, operai che saldano cavi e ingegneri che danno indicazioni sul fondo dell’oceano. Parla di quello che sta sotto di noi.

Non l’ho ancora letto, ma lo farò: per capire meglio lo strumento che utilizziamo tutti i giorni. Nel frattempo, Andrew Blum ha tenuto un TED talk sull’argomento.