Una delle promesse principali degli smartwatch è quella di consegnare delle notifiche meno fastidiose, a chi le riceve e a chi deve subirle — tutti quelli che ci stanno attorno. Una notifica su un orologio dovrebbe distrarre di meno rispetto alla medesima su iPhone, e dovremmo riuscire a leggerla senza risultare persone orribili a chi ci sta di fronte, giusto?

Beh, no, non proprio. Ho il Pebble da quasi un anno oramai, lo apprezzo ma non è così tanto meno invadente di uno smartphone: spesso, le persone lo notano. Notano se lo guardo — se guardo l’ora, come se avessi fretta — e notanto la vibrazioe del Pebble stesso, spesso udibile da chi mi sta di fianco se l’ambiente è sufficientemente silenzioso (un’aula universitaria, ad esempio).

Ne ha scritto 512 Pixels, che da due settimane ne sta provando uno:

What I’ve discovered is that there are lots of situations that looking at your watch is also considered rude.

Several times over the last couple of weeks, my watch has gone off in a meeting. Upon looking at, I’ve had two different people ask me if were okay on time. Thankfully, neither person was offended, but the opportunity for misunderstanding was present.

Lo smartwatch di Microsoft

Un’ipotesi su come potrebbe essere lo smartwatch di Microsoft (sì, pare ne stiano progettando uno).

Google ha rivelato (è un’anteprima, per sviluppatori) Android Wear, una versione di Android creata apposta per i wearable device (smartwatch), capace di indovinare e anticipare quello di cui l’utente ha bisogno attraverso diversi sensori, in grado di raccogliere informazioni sempre grazie a questi, e la cui sorgente principale di input dall’utente è audio:

Small, powerful devices, worn on the body. Useful information when you need it most. Intelligent answers to spoken questions. Tools to help reach fitness goals. Your key to a multiscreen world.

Io nel frattempo ho un Pebble con schermo in bianco e nero e totalmente dipendente da uno smartphone per il suo funzionamento.

“Uno smartwatch non è nell’interesse di Apple nell’immediato futuro. Ma sono chiaramente attratti dai dispositivi indossabili.” Almeno questa è l’opinione di Craig Hockenberry, che prova a immaginare qualcosa di diverso da uno smartwatch, un dispositivo più simile al Fitbit; potrebbe essere un anello, economico, con sensori capaci di inviare e raccogliere informazioni in maniera molto discreta, e che faccia un ampio uso di iBeacon:

Indossando questo anello sul tuo dito, i device sono in grado di sapere quanto sei vicino a loro. Questo apre un mondo di possibilità: immagina la soddisfazione che tutti noi proveremmo se una notifica ci venisse recapitata solo sul device a cui siamo più vicini. In questo momento il mio dito è sul trackpade del MacBook Air, mentre il telefono è in tasca. Il Notification Center ha bisogno di questa informazione.

Il concept di uno smartwatch dall’aspetto molto tradizionale

Gábor Balogh ha immaginato uno smartwatch che rispetta il design classico e elegante dell’orologio che tutti conosciamo ma riesce anche ad integrare, senza stravolgimenti estetici, alcune funzioni smart.

Ultimamente i concorrenti di Apple non sono molto bravi con gli spot.

Lo smartwatch di Samsung

Samsung smartwatch

La risposta di Samsung all’ipotetico iWatch (vignetta di Doghousediaries, via The Loop)

L’ipotetico smartwatch di Apple

Il successo del Pebble ha mostrato che c’è un mercato per un orologio che sia in grado di comunicare con l’iPhone. Un anno fa Bilton aveva scritto sul NY Times che Apple (come altre aziende) stava lavorando a un dispositivo di questo genere; quanto sia vero non lo so, ma credo che sia un buon compromesso fra un oggetto troppo invadente (almeno dal mio punto di vista) come i Google Glass e qualcosa che ci eviti di continuare a estrarre l’iPhone dalla tasca, permettendoci con meno distrazione di visualizzare notifiche, consultare il meteo, vedere chi ci sta chiamando, chi ci ha appena scritto l’email o qual’è il prossimo elemento nella To Do List. Un oggetto che non sostituisca l’iPhone — nessuno si metterà a scrivere un email dall’orologio — ma lo rimpiazzi in tutte quelle occasioni in cui l’iPhone ci serve solo per pochi secondi: per controllare se qualcuno ci ha scritto, a cosa sia dovuta l’ultima notifica.

Lennart Ziburski ha pubblicato il concept di uno smartwatch, come se lo immagina lui. Il risultato è meraviglioso, così come le idee dietro: Siri per l’input dei dati, il minimalismo delle “applicazioni” e il sistema di navigazione. Ziburski ne motiva l’esistenza così, in maniera simile a quanto scritto sopra:

A smartwatch can be so much more than a small iPhone on your wrist. It can filter the information overflow of today’s services, while getting you the information you need more conveniently. […] More often than not, we pull our smartphone out just to put it back into it’s pocket a few seconds later – we are just using it to check on notifications, fire a quick message or see if it’s going to rain soon. Whenever we do this, we disrupt what we are currently doing, or even disrupt the conversation we are having with our friends.

Guardandolo, e scuotendo la testa pensando che ne passerà di tempo prima che Apple faccia qualcosa di simile, mi sono tornati in mente i concept dell’iPhone prima che l’iPhone esistesse, quando l’iPhone era ancora una fantasia per geek. Erano un po’ come questo: rappresentavano qualcosa che difficilmente ci saremmo aspettati di vedere in vendita. Poi, nel 2007, l’iPhone ha superato tutti quei concept — quei concept, che parevano incredibili, che parevano irrealizzabili.

Da un paio d’anni Google ha iniziato a dare risposte: a selezionare, fra le fonti e i risultati di una ricerca, una singola risposta da evidenziare in un riquadro in cima alla lista dei risultati. Google promuove questi risultati dandogli un maggiore peso visivo e includendo il loro contenuto direttamente nella pagina dei risultati — evitando così all’utente di dover visitare un altro sito per leggerli. Li chiama featured snippets:

Quando un utente pone una domanda, la risposta restituita potrebbe essere mostrata in un riquadro speciale di snippet in primo piano nella parte superiore della pagina dei risultati di ricerca. Questo riquadro di snippet in primo piano include un riepilogo della risposta estratto da una pagina web, insieme a un link alla pagina, il relativo titolo e l’URL.

L’obiettivo è quello di riuscire a rispondere direttamente alle domande dell’utente, invece di essere uno strumento di ricerca per trovare e valutare delle possibili risposte. Stando ai dati raccolti da Google agli utenti queste risposte senza sforzo, immediate, piacciono — perché possono trovare quello che cercano senza dover visitare un altro sito o un’altra app. Funzionano molto dai dispositivi mobili — perché siamo più di fretta — ma soprattutto sono un vantaggio competitivo per quanto riguarda gli assistenti vocali: una lista di risultati non funziona su smartwatch e assistenti come Google Home e né Siri né Echo sono al momento in grado di fornire risposte dirette estrapolate da pagine web.

Il problema è che, come sottolinea un post di The Outline, queste risposte a volte sono assurde, sbagliate, aiutano a diffondere teorie cospirazioniste; sono insomma inaffidabili. Google risponde Obama alla domanda ‘chi è il re degli Stati Uniti?’, pensa che lo stesso stia pianificando un colpo di stato, e spiega che tutte le donne sono prostitute se gli si chiede ‘perché le donne sono cattive?’. Un algoritmo, basato su popolarità di un risultato, pagerank e altri oscuri criteri, promuove un risultato a risposta in automatico. Google ha la capacità di intervenire manualmente per modificare le risposte di certe ricerche, e spesso lo fa, ma è probabile che passi del tempo prima che si renda conto sia necessario intervenire — e in quel tempo molte persone leggano la risposta fasulla:

In theory, featured snippets will always temporarily turn up some bad answers, but the net effect would be better answers. “It’ll never be fully baked, because Google can’t tell if something is truly a fact or not,” said Danny Sullivan of Search Engine Land. “It depends on what people post on the web. And it can use all its machine learning and algorithms to make the best guess, but sometimes a guess is wrong. And when a guess is wrong, it can be spectacularly terrible.”

Tutto ciò è un problema perché, stando a un recente sondaggio, il 63% delle persone si fida di Google. Queste risposte sono decontestualizzate: l’utente non visita il sito originario, non nota il layout, il contenuto o gli autori (tutti indizi che aiutano a valutare la veridicità di una fonte), ma le legge attraverso l’interfaccia pulita di Google, e potrebbe così essere portato a pensare che queste risposte vengano direttamente da Google (il problema è peggiore con gli assistenti vocali).

16 tesi per un mondo “mobile”

Sono passati nove anni dal primo iPhone e alcune situazioni e conseguenze della “rivoluzione mobile” sono oramai state assodate — Apple e Google dominano le due maggiori piattaforme, Facebook è completamente passato a mobile ed è chiaro che il futuro risiede su internet e mobile.

Benedict Evans propone 16 tesi da cui partire, per capire cosa succederà nel futuro prossimo:

  1. L’ecosistema tecnologico esistente ruota attorno ai dispositivi mobili. Basta vedere il numero di utenti, che è 10 volte superiore a quello dei personal computer.
  2. Mobile = Internet. Dovremmo smettere di parlare di internet mobile e internet su desktop, esattamente come non parliamo più di televisione a colori e televisione in bianco e nero. La versione mobile non è, oramai, più limitante ma offre uguali — se non maggiori — vantaggi.
  3. I dispositivi mobili non hanno nulla a che fare con le dimensioni dello schermo e i PC non sono strettamente legati alle tastiere — mobile significa ecosistema mobile e questo ecosistema assorbirà il PC. I dispositivi mobili finiranno con l’assumere sempre più dei compiti che oggi affidiamo ai computer tradizionali.
  4. Avremo per sempre bisogno di un mouse e di una tastiera, di Excel e Powerpoint, per essere produttivi? Probabilmente no. Il software si adatterà. Questi sono solamente strumenti, e ne inventeremo di nuovi.
  5. Microsoft è capitolata. In passato tutto ruotava attorno a Office e Windows.
  6. Apple e Google hanno entrambe vinto, ma è complicato.
  7. Il problema di come filtrare l’informazione è sempre più centrale. In passato tutto ruotava attorno alla ricerca e al browsing — oggi piattaforme come Facebook e soluzioni basate su AI stanno tentando di inserirsi per risolvere il problema.
  8. C’è una discussione in corso se il futuro stia nelle applicazioni o nel web. L’unica domanda da porsi è: le persone vogliono la tua icona sul loro smartphone?
  9. La fine di Netscape, e del PageRank. Per 15 anni il web è rimasto abbastanza ben definito, dal browser, dalla tastiera e dal mouse. Internet e web per la maggior parte delle persone sono stati dei sinonimi. Oggi c’è più confusione. C’è bisogno di un nuovo modo per cercare e scoprire l’informazione — per raggiungere gli utenti.
  10. I messaggi come piattaforma. WeChat ha costruito un’intera piattaforma attorno a un’applicazione per inviare messaggi, e Facebook sta facendo lo stesso con Messenger: entrambe offrono un modello alternativo all’App Store e al web, senza il problema dell’installazione. Una conseguenza importante è l’unbundling, lo spacchettamento: dei contenuti dalle applicazioni e dai siti dentro messaggi e notifiche.
  11. Il futuro incerto degli OEM di Android — di quei produttori di smartphone che fanno affidamento su Google e Android. L’OS è sempre più la via d’accesso a contenuti e servizi: chi lo controlla, controlla anche quest’ultimi.
  12. Così come i nostri nonni sarebbero stati in grado di elencarci tutti i dispositivi che possedevano dotati di un motore e noi non lo facciamo più (perché ne abbiamo troppi), oggi sappiamo quali dispositivi possediamo che si connettono alla rete ma, in un futuro, non lo sapremo più. Alcune di queste applicazioni ci sembreranno assurde — così come sarebbe potuto apparire assurdo abbassare un finestrino con un pulsante — ma verranno implementate, perché non costerà nulla e sarà comodo.
  13. Macchine che si guidano da sole. Arriveranno e cambieranno tutto: il nostro rapporto con la macchina — come la utilizziamo e chi la possiede — e le città, le strade stesse.
  14. La televisione e il salotto: sono anni che si parla di TV connessa a internet, e pare che finalmente stia per succedere.
  15. Gli smartwatch sono ancora a uno stadio embrionale, un accessorio dello smartphone.
  16. E come al solito, il futuro è diversamente distribuito: alcune persone ignorano certe tecnologie, tecnologie vecchi tornano di moda (vinili), e ogni tecnologia appare diversa a seconda del luogo da cui la si osserva. Il futuro è diversamente distribuito, ma lo è anche il nostro interesse nel futuro.

Pebble ha fatto uno smartwatch rotondo, che venderà a $249. È (secondo me) piuttosto bello, sia per hardware che OS.

Lo considererei, come alternativa economica e un po’ dumb all’Apple Watch. Il problema principale del Pebble — che ho riscontrato frequentemente — è legato alla compatibilità con Apple: mentre l’Apple Watch può comunicare con l’iPhone senza problemi, Pebble può svolgere un numero limitato di cose (per via dei limiti imposti da Apple su iOS).

Il futuro dei wearable, senza interfaccia grafica

Pur non avendo alcuna esperienza personale in merito, credo Siri risulti molto più utile su Apple Watch che su iPhone — offre un modello d’interazione immediato, senza possibilità di distrazione, adatto a reperire quel tipo d’informazione concisa che uno va a ricercare su smartwatch. Non siamo ancora arrivati al punto da poter fare tutto per comandi vocali (dato che Siri non funziona perfettamente), ma credo l’idea di un’assistente vocale acquisti su smartwatch non solo più utilità, ma risulti anche più normale (mentre raramente parlo all’iPhone, non credo avrei problemi a parlare all’orologio).

Project Soli di Google — presentato in occasione del Google I/O, e nato dentro il laboratorio ATAP, “Advanced Technology and Projects” — è un altro passo in questa direzione. Google ha miniaturizzato in un minuscolo chip di 9 millimetri quadrati un radar, in grado di determinare i movimenti che facciamo con la mano, e come muoviamo le dita, identificando così gesture di vario tipo. Ad esempio, sfiorare due polpastrelli fra loro, come a indicare la rotazione di una rotella, può indicare il desiderio di variare il volume.

Date le dimensioni, il chip potrà essere inserito in smartwatch, smartphone e wearable di dimensioni ridotte e offrire un modello d’interazione che non richiede una UI.  Con le stesse intenzioni è nato dentro ATAP un altro progetto, Project Jacquard, che vuole trasformare i nostri vestiti nell’interfaccia. Il progetto è già capace di creare tessuti in fibra conduttiva capaci di comunicare con lo smartphone, e Google ha già stipulato una partnership con Levi’s per produrre i primi abiti “intelligenti”. Basta scorrere la mano lungo la manica della camicia, per avviare un’azione sullo smartphone.

Project Soli e Jacquard offrono nuovi modelli d’interazione per l’internet delle cose, suggerendo anche che per certi wearable un’interfaccia grafica possa essere un di più, una complessità aggiuntiva, un impedimento alla loro efficacia.

‘7 Minutes Workout’ per Apple Watch

Uso la controparte per iPhone da un anno (con molte interruzioni, nonostante siano solamente 7 minuti). Applicazioni come questa hanno più senso su uno smartwatch che su un iPhone: se l’avessi, la scaricherei subito.

Una nuova linea di IKEA, con arredamento dotato di wireless charging, ovvero in grado di ricaricare i nostri smartphone, tablet, smartwatch e quant’altro senza fili, appoggiandoli.

Oltre a semplici, ma molto belli, dock per la ricarica senza fili da appoggiare sulla scrivania e in giro per la casa, venderanno un “modulo” per aggiungere questa funzionalità a qualsiasi oggetto. Con JYSSEN si dovrebbe riuscire, facilmente, a aggiungere una postazione di ricarica wireless a qualsiasi mobile o superficie.

L’idea è buona, con ciascun JYSSEN venduto a soli $30. La ricarica wireless, forse, diventa più conveniente dell’andare a cercare il cavetto proprio quando i dock sono molti e sparsi per la casa: quando basta appoggiare lo smartphone momentaneamente sul ripiano della cucina perché questo si ricarichi un pochettino.

(Ovviamente, purtroppo, servirà mettere un orribile cover per utilizzarli con iPhone)

Nilay Patel:

Let’s just get this out of the way: the Apple Watch, as I reviewed it for the past week and a half, is kind of slow. There’s no getting around it, no way to talk about all of its interface ideas and obvious potential and hints of genius without noting that sometimes it stutters loading notifications. Sometimes pulling location information and data from your iPhone over Bluetooth and WiFi takes a long time. Sometimes apps take forever to load, and sometimes third-party apps never really load at all. Sometimes it’s just unresponsive for a few seconds while it thinks and then it comes back.

If the Watch is slow, I’m going to pull out my phone. But if I keep pulling out my phone, I’ll never use the Watch. So I have resolved to wait it out.

Questo è un problema, e pure grosso secondo me. Una delle ragioni per cui uso poco il Pebble è che impiega molto tempo a prendere i dati dall’iPhone — soprattutto quando è richiesta la geolocalizzazione. Se devo aspettare anche solo 10 secondi per vedere quali bus stanno per arrivare, faccio prima a tirare l’iPhone fuori dalla tasca. Sono impaziente, perché il punto di uno smartwatch è essere più veloce di uno smartphone: se fallisce in quello, fallisce e basta.

Stando a The Verge l’Apple Watch si trova in una situazione simile. I Glances non sono immediati (non si aggiornano in background) e il tempo d’attesa prima che le applicazioni si avviino/prendano i dati dall’iPhone è notevole. Si spera questi problemi di performance vengano risolti quando arriveranno applicazioni vere e proprie (più tardi, quest’anno) e con aggiornamenti software, ma al momento la situazione è questa.

In conclusione, perché la condivido, la regola per il successo di un wearable device secondo The Verge:

In order to be successful, any given piece of wearable technology has to be useful the entire time it’s on your body. Prescription glasses sit on your face, but improve your vision all the time, so they’re successful. Sunglasses sit on your face and make you look cooler all the time, so they’re successful. Google Glass sits on your face, but mostly does nothing, so it’s a failure. It’s a simple formula.