Le nostre vite registrate su Internet

Permanent Present Tense” narra la storia di Henry Molaison, paziente dell’autrice (Suzanne Corkin) che perse la capacità di formare nuove memorie dopo un’operazione al cervello. Recensendolo, il New Yorker si è posto delle domande sul movimento del quantified self. Il tentativo di memorizzare in bit tutto quello che ci è successo, registrandolo giorno per giorno in soluzioni come Day One, scattando fotografie di continuo con lo smartphone e raccogliendo anche i dati più frivoli (quanti passi ho fatto oggi) sulla nostra esistenza, come si traduce? Questo modo di registrare la nostra vita (delegandola a software e hardware) — un po’ vano e superficiale, privo di una selezione —  che scopo ha?

Il movimento del quantified self incoraggia tutti a seguire gli utopisti della Silicon Valley nel creare un registro personale di ogni cibo consumato e di ogni stato fisico e mentale misurabile. Una videocamera sulla testa di un “lifelogger” per registrare tutto quello che vede, e tutto quello che sente. È tutto lì — niente è filtrato, nulla è perso, nulla è distorto dal disordine della nostra memoria interna. I dispositivi indossabili come i Google Glass mantengono la promessa di un modo ancora più efficace di archiviare se stessi. Dobbiamo essere come divinità, e dobbiamo sapere tutto riguardo noi stessi. La tecnologia bandirà il dimenticare, e archivi di ricordi non organizzati vivranno per sempre nella cloud, raggiungibili a proprio piacimento. Il nome del nostro unico problema rimanente sarà “cerca”: tutto quello che dovremo fare è ricordarci di quello che volevamo cercare, maneggiare alcuni trucchi per farlo e, finalmente, iniziare la ricerca (esterna a noi) che ci ricorderà quello che volevamo ricordare.

Interessante anche l’aggiunta di Andrew Sullivan, su come Internet sarà la più grande raccolta di dati su noi stessi che ci lasceremo dietro. Nel suo caso, non solo quelli che ha volontariamente lasciato nel suo blog, che cura da tredici anni, ma quelli che i suoi amici hanno raccolto sui social network e vari strumenti. Dati probabilmente disponibile per sempre, a patto che qualcuno sia interessato ad andare a cercarci:

In un certo senso, il nostro personale archivio digitale è la somma di noi stessi. Non i noi stessi intimi e umani — che mostriamo mentre mangiamo o quando ci innamoriamo — ma i noi stessi astratti, la conglomerazione di ogni dettaglio, idea, sentimento, pensiero, impulso e amico che racconta una storia su di noi. Molto tempo dopo che me ne sarò andato, non sarà forse quella la forma più accessibile di me — a fianco di tutte le parole che ho scritto? Non continuerò ad esistere in qualche modo in quel formato, che sarà disponibile per l’umanità per sempre?