Cosa resta di aperto in Android

Google sta cercando di riprendersi il controllo di Android, rendendo aspetti sempre più importanti del sistema operativo proprietari: non è più così vantaggioso, né semplice, creare fork personalizzate.

Sei anni fa, Google annunciò l’Android Open Source Project. In sei anni un OS che aveva lo 0% del mercato è arrivato ad averne quasi l’80%: nato inizialmente per proteggere i servizi di Google (da una possibile egemonia di Apple che avrebbe potuto escluderli a suo piacimento) è diventato importante di per sé. Forse un po’ per questo, la natura open source del sistema è cambiata. È facile e conveniente dare via tutto quando hai lo 0% del mercato, lo è di meno quando inizi ad avere un’ampia fetta e temere di perderne il controllo. Per quanto una parte di Android resti open source, nel corso degli anni parti sempre più ampie dell’OS sono state portate sotto l’ombrello di Google e rese, come conseguenza, proprietarie.

In un recente articolo Ars Technica ha riassunto la strategia di Google per mantenere il controllo su Android e rendere sempre più difficile, a chi lo volesse, di sviluppare una versione alternativa dell’OS (una fork) partendo dalla parte open dello stesso. La cosa ha funzionato così: le stock app inizialmente open source sono state rimpiazzate (e abbandonate) a favore di applicazioni brandizzate Google. La migrazione è iniziata con Search, rimpiazzata da Google Search nel 2010: la prima era un box di ricerca, la seconda permette ad oggi la ricerca via voce, abilita Google Now e, di fatto, ha stabilito anche la fine dello sviluppo della versione open source a favore di un sostituto chiuso. A tutte le stock app è toccata nel tempo la stessa sorte: l’applicazione per l’ascolto di musica? Rimpiazzata da Google Play Music. Il calendario? Ecco Google Calendar. L’applicazione per i messaggi? Abbandonata a favore di Google Hangout. Pure la tastiera e la fotocamera sono state sostituite, la prima da Google Keyboard, la seconda da Google Camera che offre in più le foto panoramiche e, guarda caso, non è open source.

Le stock app open source sono state tutte abbandonate in favore di alternative chiuse. Di un Android aperto restano solo delle (fragili) fondamenta. Chi decide di utilizzarle — si pensi a Amazon — per costruirci una versione personalizzata dell’OS va incontro a una serie di problemi come l’impossibilità di avere accesso a tutte le (nuove) applicazioni chiuse di Google — e ai suoi servizi — e la necessità di dovere sviluppare in casa dei sostituti. Si legge, dal blog ufficiale di Android:

While Android remains free for anyone to use as they would like, only Android compatible devices benefit from the full Android ecosystem.

Non solo: di recente Google ha cominciato a chiudere anche le API. Significa che se sviluppate un’applicazione per Android questa, molto probabilmente, non funzionerà sui device non approvati (come il Kinde Fire). Ecco perché Amazon ha una pagina in cui spiega agli sviluppatori come supportare le mappe di Nokia (perché quelle di Google cessano di funzionare, sul Kindle) o ha dovuto creare l’Amazon Device Messaging per offrire un’alternativa alle notifiche push (che Google ha sviluppato, ma non offre a chi decide di creare una fork di Android). Giunti a questo punto, abbandonare Android per sviluppare una versione personalizzata dello stesso — come da tempo si vocifera sia nei piani di Samsung — comincia ad essere nient’altro che un sogno. Se persino le applicazioni di terze parte smettono di funzionare sui device non approvati da Google (essendo queste legate alle API proprietarie offerte da Google) se ne va uno dei vantaggi principali: quello di offrire all’utente, costruendo il proprio OS partendo da Android, l’accesso a un app store ben fornito. Il piano, spiegato con le parole di Ars Technica:

Fare proprio l’app store di Google sembra facile: costruisci un tuo app store e convinci gli sviluppatori a caricare le loro applicazioni su questo. Ma le Google API che vengono fornite con i Google Play Services servono proprio a convincere gli sviluppatori a lasciare che le loro applicazioni dipendano da Google. La strategia di Google con i Play Services è trasformare l’ecosistema di Android in un “Google Play Ecosystem“, rendendo la vita agli sviluppatori il più possibile facile sui device approvati da Google — e quanto più difficile sui restanti.

Parti fondamentali dell’OS che si è sempre definito “aperto” sono diventate proprietarie. Lo scorso Giugno, alla conferenza I/O, Google ha annunciato di avere riscritto le location API. In breve si tratta dei servizi di localizzazione, una parte fondamentale di un sistema operativo mobile che è stata resa più efficiente e aggiornata con nuove funzioni. Ovviamente, ora viene offerta come parte dei Google Play Services. Il che comporta questo: un altro pezzo di Android che diventa proprietario.