Il nuovo video di Kurzgesagt ci ricorda le conseguenze sulla nostra privacy, sulla libertà individuale, e sui nostri diritti quando in preda al panico e alla paura ci affidiamo alla sorveglianza di massa per far fronte al terrorismo, con grande insuccesso.

Farhad Manjoo:

Consider all the technologies we think we want — not just better and more useful phones, but cars that drive themselves, smart assistants you control through voice, or household appliances that you can monitor and manage from afar. Many will have cameras, microphones and sensors gathering more data, and an ever-more-sophisticated mining effort to make sense of it all. Everyday devices will be recording and analyzing your every utterance and action. […]

But if Apple is forced to break its own security to get inside a phone that it had promised users was inviolable, the supposed safety of the always-watching future starts to fall apart. If every device can monitor you, and if they can all be tapped by law enforcement officials under court order, can anyone ever have a truly private conversation? Are we building a world in which there’s no longer any room for keeping secrets?

“This case can’t be a one-time deal,” said Neil Richards, a professor at the Washington University School of Law. “This is about the future.”

Mantellini:

La scelta di Tim Cook mi pare abbia due caratteristiche interessanti. La prima è che non è recentissima. È stata ingegnerizzata (per scrivere software ci vuole tempo) almeno un paio di anni fa e resa pubblica a settembre 2014 con la presentazione di iOS 8. E quando è stata presa una simile decisione di irrobustire le difese crittografiche dei prodotti Apple? Semplice: appena ci si è resi conto – grazie alle rivelazioni di Edward Snowden – che il governo USA attraverso la sua Agenzia per la Sicurezza Nazionale aveva rubato o era in grado di rubare tutti i dati contenuti in tutti i telefoni Apple in tutto il pianeta. In quei giorni avevamo realizzato di essere finalmente tutti uguali: tutti potenziali terroristi dentro un gigantesco database pienissimo di informazioni irrilevanti e nostre.

La seconda caratteristica che mi pare degna di nota è che quella di Apple non è la semplice reazione dell’amante tradito ma una strategia di lungo periodo, l’unica possibile per mantenere il proprio rapporto fiduciario con la clientela. L’idea secondo la quale backdoor di Stato introdotte nei sistemi operativi dei nostri telefoni (che sono ormai parti pulsanti fra le più importanti della nostra vita di relazione) siano lecite e possano essere tollerate in nome della presunta autorevolezza di agenzie come NSA (o peggio delle prerogative di tecnocontrollo di decine di regimi sanguinari in tutto il pianeta) è talmente naïve da poter convincere forse alcuni commentatori occasionali ma per il resto del tutto priva di senso. Le implicazioni a cascata di simili scelte, dentro l’attuale era della sorveglianza, sono talmente tante e talmente rapide da scardinare qualsiasi modello di business legato alla comunicazione e questo in nome di una presunta sicurezza tutta da verificare e già mille volte smentita dai fatti, dalle Torri Gemelle fino ad oggi.

Per qualche ragione, il New York Times ha rimosso uno dei passaggi più importanti dalla sua storia sull’FBI e Apple (qui il riassunto di Bicycle Mind): quello riguardo le conseguenze che l’inserimento di una back door avrebbe per altri Paesi fuori dagli Stati Uniti. In particolar modo, scriveva il New York Times, la Cina è particolarmente interessata all’esito di questa vicenda — se si concludesse a favore dell’FBI potrebbe a sua volta avanzare richieste simili.

Il passaggio è questo:

China is watching the dispute closely. Analysts say the Chinese government does take cues from United States when it comes to encryption regulations, and that it would most likely demand that multinational companies provide accommodations similar to those in United States.

Last year, Beijing backed off several proposals that would have mandated that foreign firms providing encryption keys for devices sold in China after heavy pressure from foreign trade groups.

“… a push from American law enforcement agencies to unlock iPhones would embolden Beijing to demand the same.”

(via @Snowden)

Il 5 Luglio del 2009, nella provincia cinese Xinjiang, improvvisamente Internet smise di funzionare. Il governo decise di “spegnerlo” nel tentativo di disperdere una serie di proteste, finendo così col tenere i cittadini offline per 10 mesi. Un funzionario descrive oggi quella scelta come “un serio errore… Ora siamo anni indietro nel tracciare i terroristi in quell’area“.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto in precedenza ipotizzato)

Aeon Magazine ha dedicato un articolo su quello che sta facendo — o vorrebbe fare — il governo cinese per sfruttare i dati raccolti tramite social network e internet per conoscere i propri cittadini:

Ren (uno pseudonimo), un nativo di Beijing, ha speso i suoi anni del college in Occidente difendendo ferventemente la Cina online. Al contrario, adesso dichiara: “Ho capito che non sapevo cosa stava succedendo, ci sono così tanti problemi ovunque“. Ora è tornato in Cina, e lavora per il governo. Sostiene che monitorare i social media sia la maniera migliore per il governo di conoscere i cittadini e di rispondere all’opinione pubblica, permettendo così un totalitarismo “responsabile”. Gli ufficiali corrotti possono essere identificati, i problemi locali portati all’attenzione dei livelli più alti, e l’opinione pubblica può essere ascoltata. Allo stesso tempo, i dati possono essere analizzati per identificare la formazione di gruppi pericolosi in certe aree, e per prevedere certi incidenti (proteste) prima che avvengano.

Ora che ci siamo liberati dei “grandi Vs“, dice Ren, “dovremmo preoccuparci di quello che dicono le persone normali“. I “big Vs” sono gli utenti più seguiti, e verificati, di Weibo e altri social network, personaggi famosi, ma anche “intellettuali” che sono stati sistematicamente eliminati negli ultimi tre anni. Avendo eliminato gli opinion leader e le ideologie alternative, il governo può finalmente utilizzare le lamentele del pubblico come fonte di informazione, invece che come sfida a se stesso.

(Leggendolo, mi è venuto in mente un talk di Maciej Cegłowski, di Pinboard)

Maciej Cegłowski:

What Mao or Stalin could have done with the resources of the modern Internet? It’s a good question. If you look at the history of the KGB or Stasi, they consumed enormous resources just maintaining and cross-referencing their mountains of paperwork. Imagine what Stalin could have done with a decent MySQL server. We haven’t seen yet what a truly bad government is capable of doing with modern information technology. What the good ones get up to is terrifying enough.

Evgeny Morozov:

On matters of digital infrastructure, domestic policy is also foreign policy. So, we want to catch all the terrorists before they are born? Fine, Big Data are here to help. But, lest we forget, they would also help the governments of China and Iran to predict and catch future dissidents. We can’t be building insecure communication infrastructure and expect that only Western governments would profit from it. […] Google could have easily chosen to encrypt our communications in a way that its own algorithms wouldn’t be able to decipher, depriving both itself and the NSA of much-coveted data. But then Google wouldn’t be able to offer us a free service. And who would be happy about this?