Cattiva usabilità: il Wi-Fi pubblico in Italia

Nelle mie ultime due visite in terra italica ho avuto seri problemi nel connettermi al Wi-Fi pubblico (il caso più recente con il Wi-Pi pisano; prima di allora in aeroporto). La cosa è assurda perché è probabile che un turista ne abbia più bisogno di uno del luogo, non avendo alternative, ma per il turista è quasi impossibile farne uso.

Il problema è il solito: a connessione avvenuta viene richiesto di registrarsi. La registrazione non consiste, come in altri luoghi un po’ più al passo coi tempi, in una semplice email, ma in un numero di telefono.  Spesso, se il numero non è italiano la cosa si complica: o non si può proseguire, e semplicemente la registrazione “si rompe”, o (come nel caso del WiPi sopra menzionato) mi chiedono carta di credito [1. A cui ha fatto seguito, due minuti dopo, chiamata dalla HSBC per chiedermi se qualcuno me l’avesse rubata.].

Per un Wi-Fi. Normalmente, se mi serve, mi serve per controllare al volo un’informazione. Per scaricare una mappa o cercare un orario. L’uso che farebbe, insomma, uno in visita — un turista. Se per farlo devo essere armato di carta di credito, e impiegare 15 minuti a registrarmi, allora lascio stare.

Il risultato è che, per me, che non ho un numero di telefono italiano, il Wi-Fi pubblico potrebbe anche non esistere, dato che mi risulta completamente inutilizzabile e inaffidabile.

Quanto usiamo internet in Italia (non abbastanza)

Un articolo di Repubblica di un paio di giorni fa, firmato dal digital champion Riccardo Luna titolava che nel 2015 l’Italia corre, su Internet!!!1 Ovvero che il numero di persone connesse è aumentato più che negli altri paesi europei:

Siamo quelli che hanno registrato l’aumento maggiore: 4 punti percentuali, da 64 a 68% (e i non utenti sono passati dal 32 al 28%). La Germania, la Francia e il Regno Unito sono aumentati di un punto appena, la mitica Estonia (Paese simbolo del digitale) cresce di tre: ma va detto che questi Paesi partono da molto più in alto di noi…

Guardando i dati Eurostat (gli stessi su cui Luna ha basato l’articolo), il panorama è meno euforico: accedono regolarmente a internet il 63% degli italiani, contro — come nota Mantellini — l’84% dei tedeschi, 81% dei francesi o il 75% degli spagnoli. Siamo aumentati più degli altri, ma solo perché — com’è ovvio — la crescita è più facile quando la penetrazione è così bassa. Per avere una penetrazione inferiore bisogna guardare a Bulgaria e Grecia.

Oltretutto, la “corsa” si riduce a un placido camminare guardando alle aziende (dati ISTAT), come riporta Il Post:

L’ISTAT usa un indice di digitalizzazione basato su 12 attività svolte online, come avere un sito web o l’utilizzare i social network per promuovere i propri prodotti: secondo l’ISTAT questo indice è basso o molto basso per 9 imprese su 10.

Insomma, come negli anni passati (e futuri: non è una tendenza che si invertirà all’improvviso, per magia), nulla di cui gongolare.

Si usa un’applicazione a parte, con un catalogo molto limitato[1. Se non altro, quando tentai di farne uso a Londra, il catalogo si rivelò così striminzito che non trovai alcunché da ordinare]. È gratuita entro due ore, o si paga 6,9 euro per la consegna entro un’ora.

In entrambi i casi, è disponibile solo per gli abbonati a Amazon Prime.

Questo sito usa i cookie, che strano!

Un nuovo regolamento per una presunta maggiore tutela dei dati dei visitatori, impone a siti come questo — a qualsiasi sito, piccolo o grande — di mettere un fottuto banner da qualche parte nella pagina che, in maniera alquanto molesta, vi informi dell’ovvio — ovvero che questo sito è un sito, e in quanto tale usa i cookie. Io i cookie li uso per velocizzare il caricamento delle pagine e, ovviamente, anche e soprattutto per scopi maligni come raccogliere quanti più dati possibili su di voi, che poi rivendo a una dozzina di aziende che mi inondano regolarmente di soldi.

Il provvedimento è in vigore da oggi, e non è che sia così semplice adeguarsi. Che Futuro ha raccolto in cinque punti le cose da sapere, ma basta notare che occorrerebbe fornire un’informativa breve (il famigerato banner) e una estesa, ricca di informazioni su cosa fanno e a cosa servono i cookie che il sito usa — notate, se avete un bottone like di Facebook, un video di YouTube, o embed esterni di cui nemmeno siete responsabili dovete comunque includerli nell’informativa

Come ben scrive Gianluca Diegoli (che ha iniziato una petizione), temo che invece di generare più consapevolezza in tema di privacy questo provvedimento porterà molti a considerare i cookie pericolosi e a accettare o rifiutare il banner informativo il più in fretta possibile (specialmente da mobile, dove in alcuni casi occupa metà pagina!):

Le persone normali — mia mamma, mia sorella — penseranno che i cookie siano specie di virus, quando invece, al massimo, ti fanno vedere il banner di un sito invece che di un altro — e senza ovviamente sapere nulla dei tuoi dati davvero sensibili. E che ancora una volta, dalla stampa tradizionale uscirà la sensazione che “internet è pericolosa”, e ne avevamo proprio bisogno, nel paese occidentale più arretrato online d’Europa.

La profilazione vera, cioè i dati di acquisto li conoscono quelli della GDO o i siti da cui avete comprato, flaggando controvoglia senza leggere una richiesta di ok alla “vera” profilazione o facendo una carta fedeltà.

Se si voleva fare qualcosa in difesa della privacy bisognava andare da Google e simili, o piuttosto costringere il browser a informare il visitatore — come certe estensioni già fanno — di quali dati un sito sta collezionando su di lui. Oltretutto, concentrarsi sul web ignorando le applicazioni — che hanno accesso a rubrica, fotografie e dati più sensibili — è alquanto strano.

Ma costringere qualsiasi sito ad aggiungere la medesima funzione, provocando problemi a gestori di piccoli siti (molti senza conoscenze tecniche), possibili multe sproporzionate e di fatto non aiutando in alcun modo a generare una maggiore consapevolezza in tema di privacy? Che provvedimento inutile.

Mantellini, per una politica delle reti che porti innanzitutto tutti a riconoscere l’importanza delle reti (una cosa scontata altrove):

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

La politica delle reti inizia riconoscendo un abisso. Che è quello dell’arretratezza digitale complessiva di questo Paese rispetto alle altre Nazioni europee. Un abisso che andrebbe meglio studiato e che negli ultimi anni è perfino peggiorato. Peggio di noi in Europa oggi solo la Grecia e la Bulgaria. […]

Oggi 5 italiani su 10 dicono che a loro Internet non interessa. Che non gli serve, che non sanno che farsene. In questa affermazione risiede il ritardo principale dell’Italia.

Il divario digitale italiano è, soprattutto, un divario culturale.

Nel 2015, in prima pagina sul Corriere (ma qualsiasi altro quotidiano potrebbe averlo fatto/lo fa), ancora scrivono di questa entità inventata e separata dal resto della popolazione, il “popolo del web” (questi che scrivono queste robe pubblicano, leggono e usano il web — ma a quanto pare non ne sono parte!).

Il web, dotato di pensieri e riflessioni proprie — non uno specchio delle cose che si ritrovano anche fuori dal web, meno efficacemente documentate.

Francesco Costa racconta la vita dell’utente abusivo di Netflix dall’Italia:

Il 3 gennaio dovevo prendere due aerei. Il primo è partito con cinque ore di ritardo e ho perso la mia coincidenza. Non ho trovato alternative praticabili al secondo volo allora ho noleggiato una macchina, ho guidato per 600 chilometri, sono arrivato a casa e stremato sono andato a dormire. La mattina dopo mi ha svegliato un SMS di un amico: anzi, di un complice. Voleva avvertirmi che una delle più grandi case di produzione cinematografica al mondo aveva un problema con noi. Per essere più precisi, aveva un problema col nostro modo di guardare la tv.

Con una qualche incoscienza, mi autodenuncio: sono un utente abusivo di Netflix, il famoso servizio di servizio di streaming on demand per cui paghi un piccolo abbonamento – 9 dollari al mese negli Stati Uniti – e hai accesso a un catalogo sterminato di film, serie tv, documentari, programmi televisivi, da vedere dove ti pare, in HD sul 42 pollici di casa o sull’iPhone mentre aspetti la metropolitana.

Netflix oggi è attivo in circa 50 paesi. Se si visita la sua homepage da una nazione in cui il servizio non è attivo, come l’Italia, si viene accolti da un’immagine piuttosto crudele: una famiglia seduta sul divano se la spassa guardando la tv dietro una grande scritta – «Watch TV shows & movies anytime, anywhere» – sotto cui ce n’è però una più piccola: «Sorry, Netflix is not available in your country yet». Tradotto: stasera c’è una festa a cui tu non sei stato invitato.

(Come iscriversi a Netflix dall’Italia)

Io mi trovo nella fortunata posizione di poter usare Netflix UK, dall’UK, ma nonostante ciò ricorro a VPN per collegarmi al Netflix americano.

Relativo: Cosa ne sarà della televisione, secondo Netflix.

Mi ero perso questo: il Corriere ha fatto un libricino con vignette relative a Je Suis Charlie, che ha poi messo in vendita (senza tenersi alcun ricavo, ma devolvendolo alle vittime). Il problema? Hanno preso le vignette da internet, e le hanno impaginate, senza prima chiedere il permesso agli autori.

Leo Ortolani riassume la questione in maniera più divertente (qua invece il riassunto di un altro autore):

Sai cosa ho fatto di recente? Ho scoperto che IL CORRIERE DELLA SERA ha preso le vignette che tanti autori italiani hanno pubblicato per solidarietà ai colleghi francesi e ci si è fatto un bel libretto da vendere a euro 4,90. E quando dico che le ha prese, intendo dire che le ha prese senza chiedere niente a nessuno. Tipo che avete un motorino, vi girate, non c’è più. Ve lo ha preso il Corriere della Sera per farci un giro. A scopo di beneficenza, eh? Il motorino è sempre vostro.

Ora. Io sarò anche un povero geologo che fatica a stare al mondo, ma qui si comincia a perdere il senso delle cose. Chiedimelo. Magari ti dico di sì. Luca Bertuzzi di WOW, lo Spazio Fumetto di Milano me lo ha chiesto, se poteva usarla per esporla, gli ho detto di sì. Lo vedi, come è semplice, quando si è tra persone educate? Ma tu, Corriere della Sera sei venuto qui, hai preso una foto (UNA FOTO!!) di un disegno che ho messo in rete fotografandolo con il cellulare, perchè non ho lo scanner attaccato al sedere e a volte si fanno dei disegni sulla spinta emotiva, come quello, e si pubblicano in qualche modo, per fare sapere che quello che è successo ti ha colpito e molto, e tu, dicevo, Corriere dei Piccoli, vieni qui e te la prendi. Una foto. E te la stampi. A bassa risoluzione, ovvio. Che oltretutto non è che mi fai un favore, pubblicando una foto di un mio disegno, a bassa risoluzione. Nemmeno la decenza del controllo artistico. Nemmeno quella. Che Luca Bertuzzi mi ha chiesto la cortesia di un file ad alta risoluzione. E gliel’ho mandato.

Una faccenda imbarazzante, come scrive Sofri c’è da chiedersi “come sia successo a un gruppo di così longeva e robusta esperienza editoriale, di adottare una pratica tanto dilettantesca e sbrigativa.” Pratiche — legate alla rete — che il Corriere in realtà da anni applica senza timore.

La logica dietro è la solita, la stessa adottata con le foto della ragazza: che quello che sta su internet è di tutti — loro, soprattutto — e possono prenderlo e farne quel che vogliono. Scrive Mantellini:

Le peggiori pratiche del Corriere se ne fregano dei rapporti fra pari (che non a caso sono il cardine delle relazioni digitali), ignorano le consuetudini di rete (perché nelle teste di costoro Internet è una cosa differente da quella che è nelle nostre), sfidano la contrapposizione netta perché pensano non solo di essere nel giusto ma anche che il proprio bacino di riferimento sia più ampio e meno problematico di quello dei molti che oggi li attaccano.

Limiti di traffico e d’utilità

L’altro giorno, preparando la valigia per il rientro in Italia per le vacanze natalizie, mi sono accorto che non ho idea di che fine abbia fatto la mia (nano)SIM della Tre. Non la uso da mesi, da quando per università mi sono spostato in Inghilterra. Pazienza, mi sono detto: terrò il numero inglese su terra italica per due settimane. Speriamo sia una cosa fattibile, mi sono detto. Il mio numero inglese appartiene a Three UK, alla quale do £15 mensili, circa 19 euro. Senza contratto: se voglio posso smettere domani di pagare. In cambio ottengo un numero di SMS consistente e intonso (per via di iMessage e WhatsApp), più 500 minuti di chiamate di cui non necessito (uso lo smartphone per tutto, tranne che per chiamare) e una cosa di cui invece sento gran necessità: internet illimitato. Senza limiti giornalieri, senza limiti mensili. Lo specifico perché per gli operatori italiani illimitato è finito con l’essere sinonimo di “tanti GB”: illimitato, ma entro certi limiti. Giornalieri e mensili. No: con Three UK ho internet illimitato, non una versione all’acqua di rose dello stesso. Oltretutto, quando disponibile, si allaccia a rete 4G senza costi aggiuntivi — gratuitamente. Quel numero l’ho fatto due anni fa in un aeroporto, da un distributore automatico, mentre aspettavo la valigia. Stava di fianco a un altro distributore, di bevande: con la stessa facilità e rapidità con cui scelsi cosa bere mi scelsi anche l’operatore — meno di un minuto per un numero di telefono. Perché da nessun altra parte esiste che ti venga richiesta e archiviata la sequenza del DNA per un numero di telefono.

Un piccolo riepilogo dei miei spostamenti ora, per capire dove sto andando con questo post. Due anni fa ero in Inghilterra, poi l’anno scorso sono tornato in Italia, e quest’anno mi trovo di nuovo in Inghilterra. Traduzione: internet illimitato, poi internet limitato a pochi GB mensili, poi di nuovo internet illimitato. Due anni fa ho scoperto che in certe parti del mondo internet illimitato su rete mobile non solo esiste, ma è pure disponibile a prezzo accessibile. Poi sono tornato in Italia e mi sono disperato, e mi sono ricordato di quant’è triste la vita con internet limitato: una lunga e tribolata ricerca mi ha confermato che un abbonamento a prezzo non esorbitante e quantità decente di traffico dati da rete mobile non esiste. Sembra sia concepibile solo per i clienti business. Fallimento. Il meglio che riuscii a trovare fu Tre, 3 GB. Oggi vedo che Tre offre Web senza limiti, ma in realtà con limiti: 500MB giornalieri, 15GB mensili. Lo specificano più sotto nella pagina web dell’offerta: i limiti che non esistono sono di tempo. Ma che bravi.

Ciò che ho avuto modo di notare — passando da internet limitato a illimitato, e poi essendo stato costretto a tornare al primo — è quanto vari l’esperienza d’uso di un iPhone a seconda del tipo di connessione. Dopo avere provato internet illimitato, tornare al primo mi ha riportato alla memoria i tempi di quanto si doveva spegnere il modem, altrimenti la bolletta saliva. È anche la differenza fra l’avere una linea normale e affidarsi a una chiavetta. La seconda è limitante, la prima apre molte possibilità — cambia le regole del gioco. Così come il nostro uso di internet è cambiato con l’arrivo di connessioni illimitate (a casa), aprendo nuove possibilità e creando nuovi servizi, l’arrivo di una connessione senza limiti di traffico su mobile cambierà l’uso che faremo degli smartphone stessi. Ma perché ciò avvenga non basterà fare un pochettino meglio, non basterà dare uno o due GB in più al mese: ne servono infiniti. Serve che non ci sia più un limite su quanto possiamo scaricare da mobile.

C’è stato un aumento dell’utilità dell’iPhone, e un cambiamento nell’uso che ne faccio. Non ho più alcuna canzone archiviata in locale: solo Spotify. Certe mattine, dal bus, guardo un episodio di una qualche serie tv su Netflix. Le applicazioni mi si aggiornano ovunque. Se un podcast che seguo pubblica un episodio mentre sono in giro posso ascoltarlo subito, in streaming, senza preoccuparmi. Backup ovunque. Uso Skype senza problemi. Posso aprire qualsiasi link — anche video di YouTube di diversi minuti. Chiamo con FaceTime, in giro per la città. Praticamente non faccio mai — mai — una chiamata normale. Se mi serve il MacBook Air posso trasformare l’iPhone in un hotspot senza crucciarmi di quanto traffico dati mi resterà a disposizione. Posso arrivare a casa senza dover subito attivare il WiFi: che tanto non fa più alcuna differenza. Da metà Ottobre ho consumato circa 25GB da rete mobile. Oltretutto, siccome Three UK offre 4G gratuitamente, la connessione è anche velocissima.

Quello che poi ho scoperto — come conseguenza dell’aver perso la mia SIM italiana della Tre — è che Three UK offre un’opzione simile al nostro all’estero come a casa: se ti trovi in un Paese in cui c’è H3G come operatore puoi usufruire delle tue tariffe e del tuo piano dati come fossi nel Paese a cui il tuo numero appartiene. In questo caso un limite c’è, ma è fissato a 25GB mensili: molto più di quanto qualsiasi operatore italiano offra a quel costo. Da quando sono qua ho scaricato circa 645MB, in roaming. Il paradosso, insomma: è più conveniente andare su internet in Italia con un operatore estero, in roaming, che con una qualsiasi altra offerta di un qualsiasi altro operatore italiano.

Il divario prima culturale, poi digitale, italiano

Il numero di cittadini che si collega quotidiamente a Internet in Italia oggi secondo Eurostat è il 58%. Si tratta di un dato importante perché esprime prevalentemente il divario culturale rispetto a quello infrastrutturale. In un Paese come l’Italia che ha connettività paragonabile a quella di molti altri paesi europei, quei 4 cittadini su 10 che non usano Internet o la utilizzano in maniera saltuaria, sono uno dei principale ostacoli alle mille cose che si potrebbero fare attraverso la Rete per lo sviluppo del Paese. Italiani che odiano internet, Massimo Mantellini

Italia, la Rete che non c’è

Mi cadono le braccia.

Solo il 56% della popolazione italiana tra i 16 ed i 74 anni ha usato Internet nel 2013 (qua il report completo sulla situazione). Siamo fra gli ultimi in Europa: il Regno Unito arriva all’87%, la Germania all’80%. Da noi, nel frattempo, un 34% dichiara di non avere mai utilizzato Internet.

Gli sconfortanti dati dell’ISTAT, riportati da Punto Informatico (da cui il titolo di questo post è stato rubato):

I cosiddetti “utenti forti”, definiti come quelli che usano quotidianamente Internet, si fermano al 33 per cento del campione. I non utenti, invece, superano addirittura il 40 per cento, quelli deboli (che si connettono, cioè, almeno una volta a settimana) sono il 17 per cento, quelli sporadici il 2,7 ed infine gli ex utenti (coloro che sono stati online più di 3 mesi prima della rilevazione) arrivano al 4,5 per cento.

Ci sono gli utenti forti, e poi c’è una gran fetta — troppo ampia — della popolazione che di internet — quel luogo pericoloso, ricco di insidie, secondo la narrazione più comune dei quotidiani italiani — non vuole saperne.

Come si fa ad andare totalmente digitali su certe pratiche, risparmiando denaro e tempo, con questi dati? Nel Regno Unito l’amministrazione pubblica è digital by default (passa prima dal computer, e per quei rari casi sconnessi dai canali tradizionali): scordiamocelo con solo un 56% della popolazione che ne ha fatto uso nel 2013.

(La lentezza di Internet in Italia)

Per chi voglia approfondire l’argomento, consiglio la lettura di “La vista da qui” — degli appunti di Mantellini per un’internet italiana.

Noi non possiamo deluderlo

Racconta il Corriere che a Milano l’Apple Store in piazza Duomo non ce lo aprono, perché ovviamente (e giustamente) in piazza Duomo il cubo ad Apple non lo vogliono far costruire. Il comune aveva suggerito all’azienda altre due possibili location: Largo Augusto e Porta Nuova, entrambe bocciate da Apple perché troppo distanti dal cuore della città. Resta come unica alternativa possibile la Galleria Vittorio Emanuele II, dove probabilmente alla fine ricadrà la scelta di Apple. Non sarà dunque un cubo di cristallo quello a sorgere in centro Milano ma un negozio, tuttavia, con una posizione e in una zona piuttosto dignitosa. Contenti? Dovreste esserlo: se il negozio verrà prima o poi fatto (sono due anni, temo, che ne parliamo) finalmente avremmo un Apple Store come si deve anche in Italia.

Tutto questo comunque per introdurre a quest’altra cosa: cadono le braccia, persino a uno come me, a leggere la seguente dichiarazione del Sindaco di Milano Letizia Moratti:

Milano è la città, dopo New York, a cui Steva Jobs tiene di più per la progettualità architettonica, quindi non possiamo deluderlo.

Foto | limac

Tentativi di riabilitazione falliti

Ho scoperto mio malgrado ieri che la chiavetta Huawei della 3, quella che permette di connettersi a Internet ovunque si ci trovi, ha cessato di funzionare a tutti coloro che hanno effettuato il passaggio a Snow Leopard. “Pazienza”, mi son detto, inizialmente, appena notato che il software non si apriva. “Appena arrivo a casa cerco sul sito di 3 il nuovo programma da loro rilasciato e archivio il problema”. Inutile dire che mi ero illuso, tremendamente: tre vaga ancora nel buio, fingendo di non vedere, sentire e sapere nulla a riguardo.

Mi affido dunque a Google. Dopo ricerche e tentativi di riabilitazioni svariati, desisto e alzo bandiera bianca. Ho trovato delle soluzioni in giro, su siti, blog e forum, alcune però non sono riuscito ad applicarle, altre semplicemente non hanno funzionato, altre ancora ho preferito non adottarle (una che parrebbe risolvere il problema per esempio è stata scartata in quanto abilita il roaming esponendo l’utente ad un possibile dispendio di denaro). Ho poi visto che certi consigliano come soluzione di acquistare un programma della novamedia, che pare essere ottimo e risolvere tutti i problemi. Grazie, però costa 40 euro e io credo che 3 potrebbe anche impegnarsi e fornirmene uno brutto, triste e dalla grafica abominevole come quello vecchio ma che, nonostante ciò, funzioni.

Nel frattempo qualcuno ha pur vanamente tentato di comunicare la cosa a 3, su Friendfeed e Twitter. Perchè, sapete, 3 è quella azienda che dice di esser diversa da Tim e Vodafon e, per dimostrarlo, a noi blogger allocchi, si apre account sui social network e finge di ascoltarli. Ma, ovviamente, da 3 italia non c’è ancora nessuna soluzione definitiva e ufficiale. Anzi, ormai a pure smesso di fingere di leggere le relative segnalazioni su Friendfeed. Insomma, che azienda sei se ti ci vogliono mesi per risolvere un problema stupido come questo?

E Imageshack abbandonò il territorio italiano…

La nostra bella nazione, che in campo informatico si distingue sempre per la sua avanguardia, ha ben pensato di bloccare l’accesso a Imageshack, noto sito utilizzato da forum, blog e utenti di moltissimi altri luoghi della rete per il sharing delle immagini. Il motivo è che pare sia stata trovata al suo interno una foto pedopornografica. La cosa ha indotto il governo dunque a decidere di bloccare l’accesso all’intero dominio. La cosa è ovviamente alquanto demente, se si pensa che in tal modo anche tutte le restanti migliaia di immagini non “nocive” sono state rese inaccessibili.

Ciò lascia pensare che se mai troveranno un’immagine scomoda su Flickr, questi son capaci di censurare l’intero sito. Lo stesso ovviamente vale per Friendfeed, Tumblr o qualsiasi altro servizio web che offra piena libertà agli utenti.

La soluzione per, se si può dire, “fregarli” ovviamente c’è, e si chiama OpenDNS. Su questo blog ne abbiamo già parlato, non molto tempo fa. Metterla in atto su Leopard è una cavolata: fatelo.

[Via Phonkmeister]

Milano ospiterà il secondo Apple Store italiano

L’abbiamo desiderato più e più volte, abbiamo sperato nei diversi rumors che lo davano per vero e abbiamo sognato che da un giorno all’altro spuntasse per magia nel centro della città. Ora pare finalmente che non dovremo più immaginarlo, visto che sembra essere in procinto di nascere. Si tratta dell’Apple Store di Milano, che a distanza di mesi dall’ultimo rumor che lo riguardava torna a far parlare di sé a causa di un annuncio di Apple stessa attraverso il quale l’azienda rivela di essere alla ricerca di personale per un Apple Store localizzato, appunto, a Milano.

Evidentemente, a meno che la mela non abbia commesso un errore sul sito web, cosa del resto alquanto improbabile, nel giro di alcuni mesi (o settimane, si spera) avremo un nuovo tempio della mela in Italia. Il luogo scelto, almeno stando alle indiscrezioni risalenti ad un anno fa, pareva essere Corso Vittorio Emanuele.