Internet non è particolarmente diffuso a Cuba. Il costo d’accesso è di circa 2$ all’ora tramite uno dei 175 hotspot WiFi pubblici, o di 1$ per MB tramite la connessione del cellulare.

Questa situazione ha portato alla nascita di El Paquete Semanal, praticamente un dump di musica, film e riviste che si trovano online. Invece di accedere a Internet direttamente, una persona — una volta alla settimana — viene a casa tua con un hard disk di circa 1TB contenente “internet”. Il contenuto è organizzato in cartelle, dentro vi si trovano interi siti, film, aggiornamenti software, applicazioni (per PC o Android), riviste in PDF e quant’altro:

Everyone I spoke to had access to Cuba’s private “CDN”: El Paquete Semanal. El Paquete is a weekly service where someone (typically found through word of mouth) comes to your home with a disk (usually a 1TB external USB drive) containing a weekly download of the most recent films, soap operas, documentaries, sport, music, mobile apps, magazines, and even web sites. For 2 CUC a week Cubans have access to a huge repository of media while turning a blind eye to copyright.

Cubans told me of children waiting anxiously for “El Paquete Day” when they’d get the next set of cartoons, music and shows.

Un keynote di 20 anni fa (titolo: Webmania), durante il quale Steve Jobs introduce NeXT WebObjects, spiega cos’è il web e si entusiasma per le pagine dinamiche.

(via The Loop)

Real Life è un nuovo magazine (sponsorizzato da Snapchat) curato da Nathan Jurgenson, uno di quelli che da tempo spiega in maniera più efficiente e intelligente come la rete stia influenzano il nostro modo di comunicare e stare assieme, contestando l’idea molto diffusa che i rapporti che intessiamo online — le nostre interazioni “virtuali” — abbiano meno valore di quelli che intratteniamo fuori dalla rete, solo perché non avvengono in uno spazio fisico ma su internet.

Nathan contesta soprattutto la distinzione fra offline e online, fra reale e virtuale, definendola un “dualismo digitale“. Spiegato, da un articolo di Bicycle Mind di un paio di anni fa, così:

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

I primi articoli di Real Life sono usciti ieri. L’obiettivo della rivista, come scrive Nathan, è proprio quello di descrivere come viviamo con la tecnologia senza lasciarsi andare ai soliti articoli allarmanti del tipo “internet ci sta rendendo stupidi?”:

Real Life will publish essays, arguments, and narratives about living with technology. It won’t be a news site with gadget reviews or industry gossip. It will be about how we live today and how our lives are mediated by devices. We plan to publish one piece of writing every weekday, though we may eventually expand to other mediums and formats as well. […]

Popular discourse on technology has sustained the idea that there is a digital space apart from the social world rather than intrinsic to it, while popular tech writing is often limited to explaining gadgets and services as if they’re alien, as well as reporting on the companies that provide them. This work is crucial, but writing about technology is too often relegated to the business section. On this site, it will be the main event. We’re not a news or reviews site, but we will describe the tech world—specifically how that industry shapes the world we live in today. To that end, we aim to address the political uses of technology, including some of the worst practices both inside and outside the tech industry itself.

Ho per lungo tempo cercato un plugin che mi aiutasse a preservare le pagine a cui linko su queste pagine, e mi evitasse lo scenario corrente: linkrot pervasivo negli archivi del blog. I permalink, in realtà, sono molto poco permanenti. Provate a leggere un post di alcuni anni fa, dagli archivi, e molto probabilmente conterrà un link ad una pagina che non esiste più — perché è stata spostata, perché la piattaforma su cui il contenuto era stato pubblicato è stata chiusa o venduta, perché il blog non esiste più, o per altre ragioni ancora.

Fortunatamente il Berkman Center for Internet & Society se ne è uscito con un progetto, Amber, che aiuta a evitare la situazione corrente. Amber è distribuito anche sotto forma di plugin di WordPress: installandolo, il vostro blog conserverà uno snapshot (una copia) di ogni pagina a cui linkate — rendendola così accessibile in futuro, qualunque cosa succeda al sito originario, che sia o meno conservato sull’Internet Archive.

Come sono cambiate le regole di Twitter negli anni

All’inizio, le Regole di Twitter, consistevano di solo 568 parole, e cominciavano così:

Our goal is to provide a service that allows you to discover and receive content from sources that interest you as well as to share your content with others. We respect the ownership of the content that users share and each user is responsible for the content he or she provides. Because of these principles, we do not actively monitor and will not censor user content, except in limited circumstances described below.

A Gennaio 2016, le regole hanno finito col richiedere 1,334 parole; per la prima volta negli anni è cambiato il paragrafo introduttivo:

We believe that everyone should have the power to create and share ideas and information instantly, without barriers. In order to protect the experience and safety of people who use Twitter, there are some limitations on the type of content and behavior that we allow. All users must adhere to the policies set forth in the Twitter Rules. Failure to do so may result in the temporary locking and/or permanent suspension of account(s).

Motherboard (Vice) ha pubblicato una bella analisi su come Twitter abbia dovuto, causa spam e violenza, abbandonare l’atteggiamento neutrale iniziale nei confronti dei tweet.

Zuckerberg non si capacita che l’India possa pensare di bloccare Free Basics, al punto che in “The Times of India” scrive:

We have collections of free basic books. They’re called libraries. They don’t contain every book, but they still provide a world of good.

We have free basic healthcare. Public hospitals don’t offer every treatment, but they still save lives.

We have free basic education. Every child deserves to go to school.

Free Basics è Internet.org sotto un altro nome. Internet.org è una versione debole di Internet, che dà accesso a pochi siti selezionati, fra cui Facebook (se proprio voleva, poteva evitare di inserire se stesso nel pacchetto). Non è la rete, ma la porzione di rete che Facebook ha deciso di includere nel pacchetto di siti accessibili. Crea una situazione di svantaggio per chiunque voglia competere con Facebook, come scrive The Conversation:

Free Basics clearly runs against the idea of net neutrality by offering access to some sites and not others. While the service is claimed to be open to any app, site or service, in practice the submission guidelines forbid JavaScript, video, large images, and Flash, and effectively rule out secure connections using HTTPS. This means that Free Basics is able to read all data passing through the platform. The same rules don’t apply to Facebook itself, ensuring that it can be the only social network, and (Facebook-owned) WhatsApp the only messaging service, provided.

Yes, Free Basics is free. But how appealing is a taxi company that will only take you to certain destinations, or an electricity provider that will only power certain home electrical devices? There are alternative models: in Bangladesh, Grameenphone gives users free data after they watch an advert. In some African countries, users get free data after buying a handset.

La Electronic Frontier Foundation, mesi fa: Internet.org non è sicuro, non è neutrale, e soprattutto non è la rete.

Mantellini:

Il problema fondamentale con le reti “stupide” come Internet è da sempre quello che simili reti, per funzionare ed avere successo, devono restare stupide. Devono essere trasparenti ai contenuti ed ai soggetti che li veicolano, devono, semplicemente, non poter far differenza fra grandi e piccoli, fra ricchi e poveri e perfino – e questo può sembrare un problema – fra buoni e cattivi. Internet funziona perché è un network stupido, perché si concentra sulle abilità in ingresso e si disinteressa del valore dei contenuti che transiteranno attraverso le sue linee.
Moltissime delle cose intelligenti che abbiamo imparato a fare negli ultimi anni sono state rese possibili dal fatto che l’architettura che ce le porta a casa è sommamente stupida. […]

Mark Zuckerberg dovrebbe sapere meglio di chiunque altro qual è il valore di un network stupido, che è poi quello stesso valore che ha fatto sì che il mondo intero riconoscesse il suo talento di studente. E se il punto del suo progetto è davvero quello di offrire ai giovani dell’Africa o dell’India le stesse possibilità che ha avuto lui, studi qualcosa di meno ambiguo e attaccabile di una serie di accordi di zero rating con questo o quell’operatore telefonico per la sua azienda e per quelle della sua lista di benefattori dell’umanità.

Quanto usiamo internet in Italia (non abbastanza)

Un articolo di Repubblica di un paio di giorni fa, firmato dal digital champion Riccardo Luna titolava che nel 2015 l’Italia corre, su Internet!!!1 Ovvero che il numero di persone connesse è aumentato più che negli altri paesi europei:

Siamo quelli che hanno registrato l’aumento maggiore: 4 punti percentuali, da 64 a 68% (e i non utenti sono passati dal 32 al 28%). La Germania, la Francia e il Regno Unito sono aumentati di un punto appena, la mitica Estonia (Paese simbolo del digitale) cresce di tre: ma va detto che questi Paesi partono da molto più in alto di noi…

Guardando i dati Eurostat (gli stessi su cui Luna ha basato l’articolo), il panorama è meno euforico: accedono regolarmente a internet il 63% degli italiani, contro — come nota Mantellini — l’84% dei tedeschi, 81% dei francesi o il 75% degli spagnoli. Siamo aumentati più degli altri, ma solo perché — com’è ovvio — la crescita è più facile quando la penetrazione è così bassa. Per avere una penetrazione inferiore bisogna guardare a Bulgaria e Grecia.

Oltretutto, la “corsa” si riduce a un placido camminare guardando alle aziende (dati ISTAT), come riporta Il Post:

L’ISTAT usa un indice di digitalizzazione basato su 12 attività svolte online, come avere un sito web o l’utilizzare i social network per promuovere i propri prodotti: secondo l’ISTAT questo indice è basso o molto basso per 9 imprese su 10.

Insomma, come negli anni passati (e futuri: non è una tendenza che si invertirà all’improvviso, per magia), nulla di cui gongolare.

Isolamento

Parcheggiare le tab

Il Nielsen Norman Group descrive una pratica che ha riscontrato essere in uso soprattutto fra i millennials (che brutta parola), nel modo di navigare su internet: l’apertura in successione di un numero elevato di tab, durante una ricerca o in preparazione di un acquisto, che vengono parcheggiate nel browser per venire visitate con maggiore attenzione in seguito. Quindi elementi simili  — come i risultati più interessanti trovati a seguito di una ricerca — raccolti in una finestra del browser, organizzati per tab.

Ho letto l’articolo con interesse, perché sembra descriva il mio modo di navigare su internet. Che si tratti di un acquisto su Amazon, della scrittura di un articolo, di una semplice ricerca su dove passare la serata o cosa cucinare, apro una finestra del browser e in poco tempo mi ritrovo con una decina di tab aperte che in seguito — finita la fase di ricerca — visito una per una, con più calma, per valutarne la validità.

La navigazione viene così divisa in due fasi: una di ricerca, in cui l’utente scandaglia una lista di risultati — decidendo quali aprire in una tab e quali ignorare — e una di digestione dell’informazione, in cui l’utente visita e valuta ciascuna delle tab raccolte.

Questa pratica ha dei vantaggi — per esempio quello di non dovere aspettare che le pagine si carichino (tanto verranno visitate più tardi) ma, soprattutto, di potersi concentrare sulla ricerca e poi lettura dei risultati, invece che cambiare continuamente tipologia di attività.

I consigli del Nielsen Norman Group per venire incontro agli utenti? Eccoli:

  • Permettere l’apertura dei link in una tab. I siti che non lo fanno, sono maligni.
  • Avere una buona favicon e un buon titolo, affinché si capisca dalla tab di cosa si tratta.
  • Aiutare il visitatore a capire dove si trova in relazione al resto del sito, con breadcrumbs.

Twitter mi ha stancato

Ho (quasi) completamente smesso di utilizzare Twitter. È successo pian piano, e non intenzionalmente. Ho iniziato scrivendoci sopra meno frequentemente, passando da utente attivo a passivo. Osservando la timeline, limitandomi a dare una stellina o due al giorno, a retwittare al massimo. Quei pochi tweet fatti di testo sono diventati meno interessanti di un tempo: più impersonali. Ho iniziato col twittare solo link ed immagini, che è quello che vuole Twitter oggi: meno parole, più contenuti. All’inizio il mio twittare era fatto di opinioni, pensieri e riflessioni personali; oggi è fatto di link e retweet.

Tweetbot — il client che uso da anni — è ancora nella prima schermata del mio iPhone, ma solo per abitudine: perché, dal 2006, Twitter è stata una presenza costante. Ho conosciuto persone su Twitter, ho interagito con tanti lettori di questo blog. Credo il mio rapporto con Twitter perduri per abitudine, affezione, più che per ciò che oggi ne traggo.

Purtroppo, mi sento di condividere le parole di Umair Haque:

We once glorified Twitter as a great global town square, a shining agora where everyone could come together to converse. But I’ve never been to a town square where people can shove, push, taunt, bully, shout, harass, threaten, stalk, creep, and mob you. […]

What really happens on Twitter these days? People have self-sorted into cliques, little in-groups, tribes. The purpose of tribes is to defend their beliefs, their ways, their customs, their culture — their ways of seeing the world. The digital world is separated into “ists” — it doesn’t matter what, really, economists, mens-rightists, leftists, rightists — and those “ists” place their “ism” before and above all, because it is their organizing belief, the very faith that has brought them together in the first place.

Twitter, come strumento per conversare e raggiungere chiunque, negli ultimi anni mi ha deluso. Il passaggio da social network per tutti a social network ottimizzato per celebrità l’ha impoverito. L’incapacità di migliorarsi, non solo per pubblicitari e Taylor Swift, l’ha reso più scemo. Su Twitter si grida. La piattaforma non promuove più le conversazioni ma soprattutto promozioni e litigi. Non è più fatta per gli utenti, ma per i pubblicitari.

L’idea alla base di Twitter è ancora valida, solamente a questo punto ho grosse perplessità che sarà Twitter a realizzarla pienamente. Twitter è stato, per un periodo di tempo, lo strumento migliore per avviare una conversazione su internet — il modo più rapido e sicuro per raggiungere qualcuno. Per me, se non altro, era soprattutto quello: un luogo per conversare; la facilità e rapidità con cui è possibile intromettersi in uno scambio di tweet senza dover prima chiederne il permesso. Ma basta guardare a cos’ha lavorato Twitter negli ultimi anni per capire che le priorità sono state altre. L’ultimo sforzo inutile sono i sondaggi nativi. Invece di migliorare le conversazioni, lo sforzo è andato a concentrarsi nell’assomigliare più ad altri social network, alle alternative. Insomma, negli ultimi anni Twitter si è impoverito e non ha fatto nulla per risolvere quei problemi che rovinano il suo prodotto principale: le conversazioni — problemi come abuso, o difficoltà per utenti non esperti e casuali di estrarre utilità dalla piattaforma. La timeline è Twitter, e il lavoro sulla timeline è stato molto debole — le difficoltà che c’erano nel 2006 nel restare aggiornati perdurano nel 2015. Anche il nuovo Twitter Moments è deludente: ricorda, per implementazione — così visuale, pieno di media e privo quasi di testo —, più Snapchat che Twitter. Invece di essere fatto e basato sulle conversazioni degli utenti sembra essere fatto dalle conversazioni di un gruppo di persone verificate e testate selezionate.

Nel 2015, Medium sembra uno strumento più adatto per parlare con qualcuno. Molto lavoro nell’ultimo anno è andato proprio in questa direzione: a sembrare meno una pubblicazione editoriale, e più un network di persone che parlano fra loro. Medium è un social network che facilita la conversazione, e che nel frattempo pone anche attenzione sulla qualità della conversazione. I suoi contenuti sono facili da ritrovare senza dover avere un client sempre aperto.

Ho iniziato dicendo che ho smesso di twittare, se non raramente. Mi accorgo però che ultimamente ho anche smesso di leggerlo, Twitter. Le conversazioni che un tempo seguivo con attenzione oggi avvengono — e si rivelano più proficue — altrove senza tutto quel rumore di fondo. Spesso, quell’altrove è Medium.

Maciej Cegłowski ha recentemente tenuto due talk interessanti su privacy e Internet — su come le piattaforme che utilizziamo dispongono dei dati che gli regaliamo. Uno è ‘What happens next will amaze you‘, l’altro è Haunted by data (disponibile in video).

Invece di leggi stupide come quella dei cookie — che nulla fa né per proteggere la privacy delle persone, né per informare e consapevolizzare — Maciej propone dei diritti dell’utente sui propri dati:

There are a few guiding principles we should follow in any attempt at regulating the Internet.

The goal of our laws should be to reduce the number of irrevocable decisions we make, and enforce the same kind of natural forgetfulness that we enjoy offline. […]

Laws should apply to how data is stored, not how it’s collected. There are a thousand and one ways to collect data, but ultimately you either store it or you don’t. Regulating the database makes laws much harder to circumvent.

Leggi che regolino come i dati vengono e possono essere immagazzinati, invece di occuparsi di come questi vengono raccolti. Maciej propone:

  • Il diritto al download dei dati che si sono forniti alla piattaforma, in un formato elettronico usabile.
  • Il diritto a cancellare il proprio account e qualsiasi dato ad esso associato, in qualsiasi momento.
  • Limiti sulla raccolta di dati “in background”. Tutti quei dati non esplicitamente condivisi dall’utente ma raccolti in background — come: IP, posizione, ricerche recenti, pagine cliccate, etc. — dovrebbero essere conservati per un periodo limitato di tempo.
  • Il diritto di andare offline. Ogni device che si connette a Internet (anche una lampadina WiFi) dovrebbe poter andare offline.
  • Blocco dell’ad-tracking di terze parti. I siti dovrebbero poter fornire pubblicità solo sulla base di due principi: il contenuto della pagina stessa, e dati che il sito in questione — non un network terzo — ha sul visitatore.

Come utilizziamo i nostri “telefoni”

Un grafico dall’ultimo State of the Net di Akamai mostra quanto è aumentato negli ultimi anni il traffico dati su rete mobile (via Quartz).

Il web delle relazioni

Zeynep Tufekci riflette su cosa hanno fatto i social network ai blog (blogger) politici, soprattutto nelle zone in cui non c’è molta libertà (Zeynep parla soprattutto della Turchia). Ci sono aspetti positivi e negativi. Di positivo c’è che è molto più difficile censurare e bannare un intero social network rispetto a un blogger isolato, che può essere minacciato con attacchi DDOS e bloccato restando senza molti modi di difendersi:

Unlike a blogger, it’s very hard to isolate and ban Facebook or Twitter. A blogger can be placed in jail, a network of people on a platform with millions of users is much harder. In the past, the people who read the political blogs were mostly political people.

Di negativo c’è che ai social network non interessano davvero i contenuti di quel tipo. I social network sono ottimizzati per consegnare pubblicità, per distribuire contenuti che attirano mi piace:

Despite being populated mostly of dissidents around the world, some in exile, many friends in jail, hiding, or in open rebellion, my Facebook feed sometimes feels like Disneyland.

Un link non è solo un link, ma è una relazione, una connessione fra due persone, scrive Tufekci. E questo web di relazioni è proprio ciò che rischiamo di perderci passando ai social network, passando a un web le cui logiche sono dettate anche dal modello di business del prodotto che utilizziamo per comunicare.

So maybe there is a “link fetishism” that obscures the true heart of a link: it’s a connection between people. The current attention economy and its obsession with numbers — and virality — obscures this core fact about what is beautiful about the web we loved, and one we are trying not to lose. We are here for each other, not just through the fluffy, and the outrageously shareable, and the pleasant and the likable — but through it all. When we write, and link to each other, we are connecting to each other, not merely to content.

I tre tipi di News Reader

Brent Simmons divide i news reader in tre categorie:

Quelli che vogliono somigliare a un giornale, e puntano al lettore occasionale, categoria che include Flipboard, il futuro Apple News e simili. Tendono ad avere interfaccie complesse e danno attenzione alla presentazione — animazioni, layout — degli articoli. La cosa principale è, però, che seppur si possa aggiungere un feed RSS sono generalmente pensati per gente che non sa cosa siano, gli RSS. Quindi questi news reader funzionano a categorie: l’utente seleziona degli interessi, e loro forniscono una selezione di articoli — curata da algoritmi o umani. Nessuno si aspetta che l’utente leggerà tutto quello gli viene proposto, quindi non dicono quanti elementi nuovi ci sono e quanti ne restano da leggere

I buoni, vecchi, lettori di feed RSS (si vede che sono di parte?). Quelli tipo Google Reader, o nel mio caso FeedWrangler. Interfaccia molto spartana, informano l’utente su quanti elementi restano da leggere e generalmente fanno poco o nulla dal punto di vista della personalizzazione e curation delle notizie — cosa che del resto scontenterebbe l’utente, che vuole avere massimo controllo sulle fonti ed essere lui a selezionarle, senza rischiare di perdersi qualcosa d’importante.

River of News. Questi sono aggregatori, Dave Winer è uno dei maggiori utenti/promotori. Possono essere aggreatori di feed RSS, ma questa categoria include anche Twitter o il News Feed di Facebook.