A partire da oggi Google darà priorità ai siti ottimizzati per smartphone. Questo significa che se il vostro sito è responsive Google favorirà il vostro url nei risultati di ricerca contro un altro che risulta illeggibile — se non a forza di zoom — da schermi piccoli. Il cambiamento riguarda solo le ricerche effettuate da smartphone/tablet: da desktop la situazione rimarrà invariata.

Per verificare che il vostro sito rispetti i requisiti, Google ha messo online un tool (Bicycle Mind lo passa, yay!).

Cosa fa Google?

Google has gone from a world of almost perfect clarity – a text search box, a web-link index, a middle-class family’s home – to one of perfect complexity – every possible kind of user, device, access and data type. It’s gone from a firehose to a rain storm. But on the other hand, no-one knows water like Google. No-one else has the same lead in building understanding of how to deal with this. Hence, I think, one should think of every app, service, drive and platform from Google not so much as channels that might conflict but as varying end-points to a unified underlying strategy, which one might characterize as ‘know a lot about how to know a lot’. — Benedict Evans, What does Google need on mobile?

I domini di primo livello che Google vuole per sé

Da un po’ di tempo l’ICANN ha liberalizzato i domini di primo livello, permettendo a chi lo desidera — dopo un lungo processo burocratico, e una spesa consistente — di ottenere un dominio di primo livello, del tipo .ciao o .apple.

Google ha fatto domanda per 101 domini di primo livello, con l’intenzione di “chiuderli” per uso interno. Uno di questi domini è .dev; se l’ICANN approverà la richiesta di Google, .dev sarà privato, ad uso esclusivo di Google — nessuno potrà registrare un sito.dev, perché Google lo vuole riservare e rendere esclusivo ai propri progetti.

Nella domanda che Google ha presentato all’ICANN (via Drew Crawford) questa intenzione è esplicitamente delineata e motivata:

Second-level domain names within the proposed gTLD are intended for registration and use by Google only, and domain names under the new gTLD will not be available to the general public for purchase, sale, or registration. […] The proposed gTLD will provide Google with direct association to the term ʺdev,ʺ which is an abbreviation of the word, ʺdevelopment.ʺ The mission of this gTLD, .dev, is to provide a dedicated domain space in which Google can enact second-level domains specific to its projects in development. Specifically, the new gTLD will provide Google with greater ability to create a custom portal for employees to manage products and services in development.

101 domini, fra cui inizialmente anche .cloud, .app, .blog e .search (intendono ancora registrarli, ma permettendone l’uso ad altri)

Utile (e affascinante) video in cui The Verge fa il punto della situazione su Project Loon:

One of the great benefits of being in the stratosphere is that it’s above the weather,” says Cassidy, when I ask him about the potential for flights over more of the developed world. “If there is a hurricane or a typhoon that knocks out power or internet connectivity to people on the ground, the balloons provide very exciting ways to allow people to have immediate connectivity. As long as they have a battery powered phone in their pocket, people will be able to instantly get access to the balloon network.

Secondo Ben Thompson, Google potrebbe aver raggiunto l’apice del proprio successo. Nonostante sia ancora dominante in diversi settori (e lo resterà, come la ricerca), circa il 90% dei suoi profitti vengono tuttora dalla pubblicità che si trova sulle pagine dei risultati del suo motore di ricerca.

Google cattura $45 miliardi di un mercato che ne vale $550, e che sempre più si sta spostando online. La stessa pubblicità online sta cambiando — sia a causa degli smartphone sia a causa dei social network, entrambi settori in cui la posizione “dominante” di Google non è da dare per scontata.

Ne ha scritto Farhad Manjoo:

“The movement of brand advertising into digital will probably not be winner-take-all, like it was in search,” said Ari Paparo, a former advertising product director at Google who is now the chief executive of an ad technology company called Beeswax. “And if it were to be winner-takes-all, it’s much more likely to be Facebook that takes all than it would be Google.”

That spending, on projects like a self-driving car, Google Glass, fiber-optic lines in American cities and even space exploration, generates plenty of buzz for the company.

But the far-out projects remind Mr. Thompson of Microsoft, which has also invested heavily in research and development, and has seen little return on its investments.

“To me the Microsoft comparison can’t be more clear,” he said. “This is the price of being so successful — what you’re seeing is that when a company becomes dominant, its dominance precludes it from dominating the next thing. It’s almost like a natural law of business.”

Un semplicissimo comando, da incollare dentro Terminale, per installare sul proprio Mac tutti i font di Google Fonts.

curl https://raw.githubusercontent.com/qrpike/Web-Font-Load/master/install.sh | sh

(Quanto durerà Google Fonts?)

Sono usciti un po’ di scena, e forse è un bene dato che non erano per nulla pronti. Erano un prototipo, pubblicizzato (alla stampa e a noi) e venduto (a pochi eletti) prima ancora che Google stessa sapesse bene cosa sarebbero diventati.

Nick Bilton in un suo recente articolo sul New York Times trova una causa di questa fretta: Sergey Brin.

Mr. Brin knew Google Glass wasn’t a finished product and that it needed work, but he wanted that to take place in public, not in a top-secret lab. Mr. Brin argued that X should release Glass to consumers and use their feedback to iterate and improve the design.

To reinforce that Glass was a work in progress, Google decided not to sell the first version in retail stores, but instead limit it to Glass Explorers, a select group of geeks and journalists who paid $1,500 for the privilege of being an early adopter.

The strategy backfired. […] “The team within Google X knew the product wasn’t even close to ready for prime time,” a former Google employee said. The Google marketing team and Mr. Brin had other plans.

Ora il progetto — meno aperto al pubblico: hanno chiuso la beta pubblica, e probabilmente lo svilupperanno meno “apertamente” — è in mano a Tony Fadell. Potrebbe anche essere che venga fuori qualcosa di bello.

Per anni, la missine di Google includeva l’importante compito di preservare il passato. Google Books, lanciato nel 2004, aveva come obiettivo la digitalizzazione e preservazione di ogni libro mai pubblicato, al ritmo di 1.000 pagine all’ora. Il Google News Archive, lanciato nel 2006 con notizie risalenti fino a 200 anni fa, rappresenta uno sforzo nella medesima direzione.

Quando l’obiettivo di Google era organizzare l’informazione del mondo, e renderla accessibile, preservarla — chiedersi cosa ne sarà fra 10 anni delle pagine web indicizzate — era parte e sforzo fondamentale per raggiungere tale obiettivo. Uno sforzo non particolarmente remunerativo, ma molto apprezzato, che purtroppo negli anni è andato diminuendo.

Due mesi fa Larry Page ha detto che l’azienda non si sente più rappresentata dal “mission statement” di 14 anni fa. L’obiettivo è cambiato. “Organise the world’s information and make it universally accessible and useful” è del 1998, e male si adatta alla Google odierna. Il focus è sul social e sull’oggi, del passato interessa meno. Scrive Andy Baio:

Google in 2015 is focused on the present and future. Its social and mobile efforts, experiments with robotics and artificial intelligence, self-driving vehicles and fiberoptics.

As it turns out, organizing the world’s information isn’t always profitable. Projects that preserve the past for the public good aren’t really a big profit center. Old Google knew that, but didn’t seem to care.

The desire to preserve the past died along with 20% timeGoogle Labs, and the spirit of haphazard experimentation.

Preservare la conoscenza non è remunerativo, ma è necessario.

Per fortuna che c’è l’Internet Archive. Il nome è fuorviante: molti pensano che il suo scopo sia preservare Internet, ma seppure quel compito sia fra i principali svolti dall’organizzazione, l’Internet Archive è soprattutto una biblioteca digitale. Lo scopo è più ampio; è preservare, e garantire accesso futuro, alla conoscenza. Ciò include anche preservare le pagine web, ma il motto e l’obiettivo dell’Internet Archive è più generico, inclusivo e caotico. È “Universal access to all knowledge“.

Google racconta uno dei propri data center, quello di Austin. Le misure di sicurezza — del luogo stesso: per impedire l’accesso a estranei — sono quasi incredibili.

È di pochi giorni fa l’annunciata chiusura di Google News in Spagna, a seguito di una nuova legge che costringerà Google a pagare una tassa per indicizzare gli articoli di un quotidiano. Un piccolo obolo per ogni articolo.

Ma Google News non ha alcuna pubblicità al suo interno (così da evitare le critiche che comunque gli sono state rivolte), è un aggregatore che riporta poche righe del testo originale (in linea i diritti di citazione che permettono anche a me di riprendere il paragrafo di un pezzo del New York Times) e il loro corrispettivo titolo, che a sua volta rimanda alla fonte originale. È insomma — come scrive Mantellini — una lunga lista di link e “una porcheria senza scusanti“.

Il perché lo dice Mantellini:

[La ragione per cui] L’attacco a Google News è una porcheria ributtante è che attaccare gli estratti, le citazioni, i link, trovando magari un giudice stupido che ti dà ragione come è accaduto in Spagna, è un attacco frontale non solo a Google ma anche all’architettura di rete e ai diritti dei cittadini. È un attacco proditorio e insensato modello bambino-acqua sporca, perché tutte le normative sul diritto d’autore proteggono il diritto di chiunque di estrarre un titolo o due righe da un testo per citarle ad altri, sia che questi siano liberamente disponibili sia che siano protetti da un paywall ad accesso milionario. E questo, per fortuna, da prima di Internet. Ed è un attacco al cuore stesso della rete perché coinvolge il diritto di collegare i propri scritti ed i propri pensieri in rete a quelli di qualcun altro senza dover chiedere permesso. […]

Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie. Ma così non è: la difesa strenua e a prescindere dei diritti editoriali nel caso di Google News mette in pericolo – seppur in maniera caricaturale – l’essenza stessa della libera espressione dei pensiero e la logica stessa della condivisione delle informazioni in rete.

Se come me al primo tentativo li sbagliate sempre, il nuovo CAPTCHA di Google, che Google chiama noCAPTCHA, vi piacerà molto: il più delle volte il test viene passato in automatico, mentre nei casi in cui è richiesta una verifica il massimo che dovete fare è individuare, fra un elenco di immagini, una che somigli a quella che vi è appena stata mostrata.

Tuttavia, i CAPTCHA sono strumenti molto utili per trascrivere manoscritti e testi che il computer non è in grado di riconoscere automaticamente. L’utente, ignaro, mentre si registra a un sito, o lascia un commento, aiuta anche a trascrivere un manoscritto. In questo caso i noCAPTCHA, quelle volte in cui richiedono una verifica, aiutano Google a migliorare il proprio motore di ricerca per immagini (già da tempo Google li sfrutta anche per le proprie mappe, chiedendo allo sfortunato utente di trascrivere i nomi delle vie, e cartelli stradali vari). Sono forse il mio esempio preferito di crowdsourcing, collaterale.

Alcuni considerano il core business di Google la ricerca, altri la pubblicità. Entrambe le letture sono equalmente valide (la ricerca è il prodotto più riuscito di Google, mentre quasi la totalità dei guadagni — poco meno del 90% — vengono dalla pubblicità), ma entrambe non giustificano i recenti acquisti e investimenti nel campo della robotica, la macchina che si guida da sola o Google Fiber. Gli ultimi progetti si distanziano da ricerca e pubblicità.

Su Tech Opinions, Jan Dawson suggerisce un’altra lettura di Google:

Google is first and foremost a machine learning and artificial intelligence company. The problem with this description is it’s very hard to see directly either in Google’s product portfolio or in its finances. Google’s products revolve around search and its revenue comes principally from advertising but, behind the scenes, essentially all of its products either have a foundation of machine learning and AI, or help to drive Google’s effectiveness in machine learning and AI. […]

This is where Google started: Larry Page and Sergey Brin didn’t set out to build a search engine or an online advertising powerhouse: they set out to organize the world’s information and make it accessible, which was fundamentally a data ingestion and machine learning problem.

Machine Learning and AI come i pilastri fondanti di Google, attorno ai quali ruotano i suoi prodotti e la sua strategia. Una lettura che spiega i recenti investimenti, acquisizioni e progetti di Google ma, come sottolinea Dawson, crea anche un problema: non c’è un modello di business chiaro dietro nessuno di questi prodotti. Machine learning e intelligenza artificiale spiegano perché Google stia facendo una macchina, ma non come intenda trasformarla in un business.

Al momento il business più redditizio di Google è la pubblicità: da dove verranno i guadagni in futuro?

Google racconta di come stia provando a insegnare al computer a descrivere le immagini: a fare in modo che il suo motore di ricerca riconosca il soggetto e l’ambiente dell’immagine, e riesca a riassumerli a parole:

We’ve developed a machine-learning system that can automatically produce captions to accurately describe images the first time it sees them. […] A picture may be worth a thousand words, but sometimes it’s the words that are most useful — so it’s important we figure out ways to translate from images to words automatically and accurately. As the datasets suited to learning image descriptions grow and mature, so will the performance of end-to-end approaches like this.

Jeremiah Shoaf di Typewolf si pone una domanda interessante: e se Google chiudesse Google Fonts? Non ci sono ragioni solide (Jeremiah ne esplora alcune, nel suo articolo) per cui il servizio debba esistere, e Google è la stessa azienda che non si è fatta problemi a chiudere Google Reader, seppur utilizzato costantemente da una nicchia affezionata di utenti.

But all of this begs the question: why is Google in the fonts game? What do they have to gain by hosting fonts for millions of websites for free? It can’t be cheap to serve fonts on this kind of scale. To date there have been over 2.6 trillion pageviews using Google Fonts. Sure, the fonts are oftentimes cached in the user’s browser but that is still a lot of requests and a lot of data being transferred. A trillion is a big number, even for a company like Google.

Casey Newton l’ha provata per The Verge, ha l’aspetto di una macchina normale con l’aggiunta di un bottone rosso per disattivare le funzionalità aggiuntive (premendolo, la guida passa in mano vostra), un aggeggio complesso attaccato al tetto che vale più della macchina stessa ($70,000), usa delle mappe complesse e ricche di informazioni per orientarsi (sviluppate indipendentemente da Google Maps) e guida meglio di noi, tranne in una situazione: in caso di pioggia.

If it has an Achilles heel, it’s rain: the falling water can confuse the vehicle’s perception systems even more than it tends to affect a human driver. […] Van Derpool’s laptop shows us the world as the car is seeing it, with vehicles rendered as 3D purple rectangles and pedestrians as yellow ones. As they move, their relative position updates instantly on the screen. The software can tell the difference between vehicles and people, and behaves differently depending on which of them is nearby.