Un miliardo di dollari solo per il 2014, riporta Bloomberg:

Google Inc. is paying Apple Inc. a hefty fee to keep its search bar on the iPhone.

Apple received $1 billion from its rival in 2014, according to a transcript of court proceedings from Oracle Corp.’s copyright lawsuit against Google. The search engine giant has an agreement with Apple that gives the iPhone maker a percentage of the revenue Google generates through the Apple device, an attorney for Oracle said at a Jan. 14 hearing in federal court.

Steven Levy ha fatto un giro su una delle macchine che si guidano (quasi) da sole di Google. Dopo il progresso iniziale, ora Google sta lavorando a tutti i problemi minori, quel 5% rimanente del lavoro che probabilmente richiederà lungo tempo. I veicoli sono più o meno in grado di muoversi in autostrada, ma ancora faticano molto in città  — hanno un problema con la pioggia o, ad esempio, le foglie sull’asfalto:

At one point, the car drove over a small pile of leaves that had blown into its path, without breaking its pace. After the drive, Dolger and Fairfield told me that moment represented a ton of work. Apparently, for a very long time, SDCs regarded such harmless biomass as obstacles to be avoided, and the newfound ability to roll right over a bit of dead foliage was one of the more recent triumphs of technology.

Dopo aver viaggiato “al volante” di una di queste macchine per una giornata — e essersi reso conto di quanto sia necessario rimanere in allerta per eventualmente, in caso di errore del computer di bordo, riprendere il comando manuale — Levy dice di aver aggiustato le sue previsioni su quanto ci vorrà prima che la macchina che si guida da sola arrivi: da presto a più tardi.

Attraverso i Google Cardboard

Ho provato la realtà virtuale, e per farlo mi è bastato il mio iPhone e un pezzo di cartone. Il pezzo di cartone sono i Google Cardboard, un prodotto lanciato da Google quasi due anni fa e recentemente aggiornato per funzionare in ugual modo sia con Android che con iPhone[1. La versione 1 dei Cardboard funzionava maluccio con l’iPhone].

Sono la via più economica per dare uno sguardo dentro la realtà virtuale senza dover investire troppi soldi. Quelli che ho scelto io, su Amazon, costano £15 e sono prodotti da I Am Cardboard. Infatti Googla rilascia semplicemente le specifiche tecniche: a produrli, i Cardboard, sono altre aziende.

I Cardboard sono, di fatto, una scatoletta di cartone con delle lenti e, sul fronte, un vano in cui riporre lo smartphone. Si assemblano in pochi attimi, hanno un aspetto che non intimorisce, e basta portarseli agli occhi per iniziare ad usarli — avendo cura di aprire, prima, sul dispositivo, una delle applicazioni apposite. La seconda iterazione dei Cardboard presenta un bottone sul lato superiore per navigare all’interno delle applicazioni, o per spostarsi dentro i vari paesaggi virtuali. Per camminare, si preme quel bottone (che altro non fa che tappare sullo schermo al posto vostro). Tutte le rimanenti interazioni col device avvengono, beh, muovendo la testa — sfruttando il giroscopio.

Stando alle mie precedenti, limitate, esperienze con i Samsung Gear VR sono rimasto piacevolmente stupito per la qualità che, per così poco, è possibile ottenere. Non sono perfetti — entra un po’ di luce dai lati, e in certi casi/con certe app lo schermo dell’iPhone non è molto a fuoco — ma per qualcosa fatto di cartone e a questo prezzo davvero non ci si può lamentare.

L’applicazione ufficiale di Google è interessante le prime volte che li si usa, per esplorare le potenzialità. Offre un kaleidoscopio, alcuni oggetti 3D e altre cose fatte più che altro per impressionare. Dopo, a parte tirarla fuori quando degli amici vogliono provarli anche loro per la prima volta, si rivela abbastanza inutile.

Al contrario, un ottimo lavoro l’ha fatto Vrse, che ha creato dei brevi video, a 360° gradi. Il New York Times ha recentemente avviato una collaborazione con Vrse, e per questo poche settimane fa ha lanciato un’app che contiene diversi documentari immersivi (ha anche inviato a ciascun abbonato al cartaceo, per promuoverla, un Cardboard gratuito). I documentari su New York Times VR sono belli, affascinano, informano e sperimentano con questo nuovo mezzo in un modo interessante — forse, aiutano anche ad empatizzare di più con le notizie. Mi raccomando: le cuffie sono d’obbligo per un’esperienza più immersiva.

La cosa che però più mi affascina, e di fatto ciò che mi fa tornare e spinge verso i Cardboard, è Street View. L’applicazione (anche quella per iOS, da Ottobre) ha un bottone per la realtà virtuale: premendolo, adatta Google Street View ai Cardboard permettendo così di camminare per le vie di qualsiasi città. L’altro ieri avevo nostalgia di Pisa — non ci vado da un po’, e volevo rivedere le vie che due anni fa percorrevo tutti i giorni — così mi sono fatto un giro per la città; poco fa invece gironzolavo per le strade di Tokyo. Col bottone — quello menzionato, posto sul lato superiore dei Cardboard — si cammina. Per il resto, basta meravigliati girare la testa a destra e sinistra per guardarsi attorno.

Google non ha dato molta importanza ai Cardboard — li considerano più che altro, credo, un esperimento. Eppure io lo trovo un esperimento meglio riuscito dei, ad esempio, Google Glass. I Cardboard sono l’esempio di un prodotto che mi aspetterei da Google. Sono eccitanti e futuristici, aperti e quasi gratuiti. Semplici, ma pure nella loro semplicità riescono a stupire.

Li consiglio.

New Yorker:

The new logo retains the rainbow of colors but sheds the grownup curlicues: it now evokes children’s refrigerator magnets, McDonald’s French fries, Comic Sans. Google took something we trusted and filed off its dignity. Now, in its place, we have an insipid “G,” an owl-eyed “oo,” a schoolroom “g,” a ho-hum “l,” and a demented, showboating “e.” I don’t want to think about that “e” ever again. But what choice do I have? Google—beneficent overlord, Big Brother, whatever you want to call it—is at the center of our lives. Now it has symbolically diluted our trust, which it originally had for all the right reasons. […]

When Google first appeared, in the late nineties, it distinguished itself with a combination of intelligence and friendliness. […] The logo was a key part of this. The design, like the site, didn’t patronize or manipulate—it said, Relax, we’re reasonable geniuses, the smartest possible combination of man and machine. Let us find what you need.

Google penalizzerà i siti con banner giganti

Google Webmaster Central:

After November 1, mobile web pages that show an app install interstitial that hides a significant amount of content on the transition from the search result page will no longer be considered mobile-friendly. This does not affect other types of interstitials. As an alternative to app install interstitials, browsers provide ways to promote an app that are more user-friendly.

Ottimo. Fra questo e gli imminenti content blockers speriamo il messaggio arrivi chiaro.

Google ha rilasciato Material Design Lite, una libreria di componenti (HTML, CSS e JS) che permette di creare con sforzo minimo un sito web basato su material design. La libreria include bottoni, checkbox, cards, ma anche una griglia, slider, tab, icone, gestione curata della tipografia e molto altro.

Il New York Times ha analizzato i dati che Google ha recentemente rilasciato relativi alle chiavi di ricerca più popolari del suo motore. Google rilascia i dati aggregati e anonimizzati, minuto per minuto (qua sta la novità: Google prima li rilasciava relativi a giornate, senza granularità maggiore), sulla popolarità di una determinata chiave di ricerca in un determinato momento della giornata. Questi dati, in altre parole, rivelano cosa cerchiamo:

The data shows that the hours between 2 and 4 a.m. are prime time for big questions: What is the meaning of consciousness? Does free will exist? Is there life on other planets? The popularity of these questions late at night may be a result, in part, of cannabis use. Search rates for “how to roll a joint” peak between 1 and 2 a.m.

L’analisi condotta dal New York Times si basa sopratutto su dati relativi a New York, ma gli stessi pattern possono essere ritrovati in altre città — fuori o dentro gli Stati Uniti (ad esempio, di mattina cerchiamo tutti le notizie). Con alcune differenze:

One interesting cultural difference I found is in what we do during lunch. Which searches spike around 12:30 on weekdays? In New York and most places in the United States, there does not seem to be a consistent lunchtime activity, but in other countries there are clear patterns. In Britain, people catch up on the news. In Japan, there is a noticeable rise in travel planning. In Belgium, it’s anything shopping related.

Cosa sognano le macchine

Google si è chiesta cosa vedano le sue macchine — quelle che a cui ha insegnato a riconoscere e analizzare le foto. Simulando una rete neurale, ha provato a dare una risposta a questa domanda (è tutto ben spiegato nel loro post).

Queste reti non devono solamente riconoscere un’immagine, ma possono anche generarne di nuove. Si sono quindi chiesti cosa una macchina veda, partendo da un’immagine (delle nuvole, ad esempio) fornita a caso — quali oggetti riconosca, e cosa enfatizzi.

Scrivono:

This creates a feedback loop: if a cloud looks a little bit like a bird, the network will make it look more like a bird. This in turn will make the network recognize the bird even more strongly on the next pass and so forth, until a highly detailed bird appears, seemingly out of nowhere.

Ovvero, questa è una delle tante cose che è le macchine hanno immaginato:

È una notizia di alcune settimane fa (non so come me la sono persa): Google ha commissionato a TypeTogether (quelli che della bellissima Adelle) una font adatta specialmente a testi lunghi, da utilizzare per gli ebook [1. Nello stesso periodo Amazon rilasciava Bookerly, la sua custom font per ebook]. Il risultato è Literata:

Jose Scaglione and Veronika Burian of TypeTogether included characteristics common to the typefaces typically used by book designers for fiction titles, so the reading experience is familiar, but updated them to bring new movement and feeling to the font,” Beavers says. “The shapes of features of letters, like terminals and outstrokes, all are firmly formed for reading on screens, but are softened for smooth movement across a line.

La font di Google, Literata

Purtroppo non è ancora disponibile su Google Fonts, ma dicono arriverà (seppur entro 18 mesi — un po’ lunga l’attesa).

I buoni e i cattivi

“You might like these so-called free services, but we don’t think they’re worth having your email or your search history or now even your family photos data-mined and sold off for God knows what advertising purpose.” — Tim Cook

Trovo abbastanza fastidiosa la dichiarazione di Tim Cook sulle altre aziende cattive della Silicon Valley che rivendono i nostri dati. Se è vero che l’uso che Google fa dei dati che raccoglie va ben oltre anche solo le intenzioni di Apple, non credo Apple, o Tim Cook, si trovino nella condizione di fare la morale a Google o altre aziende . Oltretutto l’uso dei dati degli utenti è inevitabile per prodotti come Google Photos che grazie al machine learning riescono a organizzarci la libreria fotografica senza alcuno sforzo.

Apple dovrebbe fare più di queste cose, restando ovviamente lontana dai pubblicitari. Del resto Siri ha bisogno dei dati degli utenti per funzionare, e tutto sta (beh, non che sia facile) nel riuscire a trovare un bilancio, fra schedare gli utenti e quantità di dati minimi necessari per offrire un servizio decente. Il commento di Gruber, sotto questo punto di vista, è condivisibile:

Apple needs to provide best-of-breed services and privacy, not second-best-but-more-private services. Many people will and do choose convenience and reliability over privacy. Apple’s superior position on privacy needs to be the icing on the cake, not their primary selling point.

Se Apple vuole competere con Google, deve riuscire a uguagliare l’offerta offrendo prodotti altrettanto validi — anche nella cloud e sul web dove, ahimè, non sempre ci riesce. La privacy deve essere la ciliegina sulla torta, non il solo punto di forza. Nessuno — a parte un paio di geek — sceglierà iCloud perché è migliore per la privacy, ma in molti sceglieranno Google Photos perché offre spazio illimitato e organizza senza alcuno sforzo le foto.

Con Google Photos (disponibile anche per iPhone), presentato ieri al Google I/O, Google vorrebbe fare alle foto ciò che ha fatto alle mail con Gmail: liberarci dall’ansia di stare finendo lo spazio, fornire un servizio che organizzi autonomamente la nostra collezione fotografica e ci aiuti a districarci in essa senza buttare via ore.

Il paragone con Gmail è di Bradley Horowitz, vice presidente di “Streams, Photos, e Sharing” a Google, ovvero a capo del nuovo Google Photos:

We aspire to do for photo management what Gmail did for email management. Gmail wasn’t the first email service. But it offered a different paradigm of how one managed one’s inbox. We want to do that for photo management: To give you enough storage so you can relax and not worry about how much photo bandwidth you’re consuming, and enough organizing power so you don’t have to think about the tedium of managing your digital gallery. It will happen for you transparently, in the background. I don’t think there’s another company on earth that can make that claim.

Google promette di archiviare e conservare qualsiasi foto, senza imporre limiti di spazio; al contrario la iCloud Photo Library offre solamente 5GB di spazio gratuito, una scelta abbastanza deludente dato che l’uso di iCloud è oramai essenziale per trarre pieno vantaggio da iOS. Essendo piuttosto scontento di qualsiasi soluzione abbia ad oggi provato (Carousel di Dropbox e iCloud Photo Library sono le due più recenti) penso darò a Google Photos una chance.

Oltretutto, Google Photos sfrutta machine learning per migliorare la libreria fotografica. Assistant suggerisce edit autonomamente, e possibili modi di organizzare le foto dell’ultimo viaggio. Negli ultimi anni, a causa dell’iPhone, la mia libreria si è appesantita di foto scattate senza pensarci, senza alcuna pretesa artistica ma con il solo scopo di immortalare il momento: organizzarle è un disastro, e se questa cosa di Google funziona potrebbe essere la soluzione che da tempo attendo. Google dovrebbe essere in grado di riconoscere il soggetto nelle foto, permettendo così di ricercarle rapidamente. Un po’ come Gmail ci ha liberato dalle cartelle, Google Photos potrebbe liberarci dagli album fotografici consegnandoci una libreria fotografica automaticamente organizzata.

Certo, c’è il solito problema della privacy — soprattutto dato che si tratta di Google. Steven Levy, che ha intervistato Horowitz in occasione del lancio, gli ha chiesto se proveranno ad utilizzare le informazioni raccolte in altri prodotti — o se Google Photos è un silos staccato dal resto. Al momento non c’è alcuna integrazione con altri servizi di Google, ma Horowitz non esclude la possibilità che in futuro questi dati possano venire sfruttati:

The information gleaned from analyzing these photos does not travel outside of this product — not today. But if I thought we could return immense value to the users based on this data I’m sure we would consider doing that. For instance, if it were possible for Google Photos to figure out that I have a Tesla, and Tesla wanted to alert me to a recall, that would be a service that we would consider offering, with appropriate controls and disclosure to the user. Google Now is a great example. When I’m late for a flight and I get a Google Now notification that my flight has been delayed I can chill out and take an extra hour, breathe deep.

Il primo prototipo della macchina che si guida da sola di Google arriverà nelle strade della California (Mountain View) questa estate — fino ad oggi Google sperimentava con Lexus equipaggiate del necessario per guidarsi da sole.

Chris Urmson, a capo dello sviluppo della macchina che si guida da sola di Google, racconta su Medium a che punto si trova il progetto per quanto riguarda la sicurezza stradale.

Pare che i problemi maggiori sorgano con incidenti minori — come tamponamenti — per questo non ben documentati ufficialmente. Quello che importa è che la macchina che si guida da sola non ne ha mai causato uno; ha subito in sei anni sei incidenti minori, e la colpa era sempre nostra:

If you spend enough time on the road, accidents will happen whether you’re in a car or a self-driving car. Over the 6 years since we started the project, we’ve been involved in 11 minor accidents (light damage, no injuries) during those 1.7 million miles of autonomous and manual driving with our safety drivers behind the wheel, and not once was the self-driving car the cause of the accident.

Tim Bajarin critica il modo in cui Google ha promosso i Google Glass. Presentati come un prodotto per tutti, probabilmente avrebbero avuto più fortuna se indirizzati a settori e ambiti specifici. I Google Glass possono rivelarsi utili se praticate sport, o a qualcuno che abbia le mani occupate ma necessiti di avere informazioni sott’occhio (es. un chirurgo?). Ma davvero, che senso ha camminare per strada con uno schermo sovraimpresso al paesaggio?

Come spiega Bajarin, il ciclo di adozione di un prodotto parte da mercati verticali (ovvero ben definiti ed indirizzati ad una tipologia specifica) per poi arrivare ai consumatori generici, un cosa che Google ha totalmente ignorato con i Google Glass:

For the last 25 years, I have looked very closely at the adoption cycle of products and I have learned something very important. Seldom does a product, especially a hardware product, find favor quickly with the broad consumer market. Video recording devices were refined and used in professional markets for over a decade before VCRs made it into the living rooms of consumers. PCs spent well over a decade in offices before they became cheap enough for the home and made sense for consumers. I could detail dozens of other examples but the bottom line is most technology gets started and refined in what we call vertical markets well before they get perfected and priced low enough for consumers.

When Google introduced their Google Glass, this was the first thing that came to mind about this project. I wondered if Google even had a clue how tech adoption cycles develop. While it is true glasses had been used in vertical markets since 1998, even after all of this time, we saw no interest by consumers. Google’s decision to aim Glass at consumers first, yet price them as if they were going to vertical markets, stumped me. Even the folks who had spent decades making specialized glasses for use in manufacturing, government applications, and transportation were dumfounded by Google’s consumer focus with Google Glass, priced at $1500.

Google è diventato un operatore di telefonia mobile, con Project Fi. Solo in America, solo per chi possiede un Nexus 6 — se non altro per ora, durante la beta. La cosa interessante è che hanno stretto un accordo con i vari operatori, così che il vostro smartphone possa connettersi a quello con copertura migliore — a seconda della posizione.

Dal post con l’annuncio:

Project Fi aims to put you on the best network wherever you go. As you move around, the best network for you might be a Wi-Fi hotspot or a specific 4G LTE network. We developed new technology that gives you better coverage by intelligently connecting you to the fastest available network at your location whether it’s Wi-Fi or one of our two partner LTE networks. As you go about your day, Project Fi automatically connects you to more than a million free, open Wi-Fi hotspots we’ve verified as fast and reliable. […]

You leave an area of Wi-Fi coverage, your call will seamlessly transition from Wi-Fi to cell networks so your conversation doesn’t skip a beat.

Il costo? $20 al mese per tutto quanto (chiamate, tethering, e copertura internazionale), più $10 per GB.

Relativo: Limiti di traffico e d’utilità.