Come probabilmente avete già letto, Apple in Cina ha rimosso dal proprio App Store i VPN non autorizzati dal governo cinese. Non penso che opporsi sarebbe servito a molto: credo sia plausibile assumere che avrebbe portato o a un veto di vendita sull’iPhone, o a un blocco completo dei servizi web di Apple.

A questo punto, però, mi sembra ovvio che l’App Store rappresenti un problema: permette a governi di Paesi meno democratici di esercitare e forzare un controllo sull’OS. Come sottolinea John Gruber:

The App Store was envisioned as a means for Apple to maintain strict control over the software running on iOS devices. But in a totalitarian state like China (or perhaps Russia, next), it becomes a source of control for the totalitarian regime.

Non credo succederà — porterebbe parte delle vendite fuori dall’App Store — ma Apple dovrebbe implementare su iOS una soluzione simile a Gatekeeper su macOS.

In Cina, solamente il 50% degli utenti iPhone che hanno cambiato il loro smartphone nel corso del 2016 lo hanno rimpiazzato con un altro iPhone. La percentuale è alta rispetto alla concorrenza, ma bassa se paragonata al tasso di ritenzione vicino all’80% che Apple ha nel resto del mondo.

La ragione? WeChat. Per capire perché, bisogna capire il modello di business di Apple. Come scrive Ben Thompson, la forza di Apple sta nella vendita di hardware differenziato dal software: il monopolio che Apple ha su Mac OS e iOS è centrale per capire il successo di Apple, fuori dalla Cina. Se dovete cambiare smartphone e vi piace iOS, l’unica vostra opzione è un altro iPhone. E grazie all’effetto lock-in dovuto ad iCloud e alle integrazioni di iOS con il resto dell’ecosistema Apple, col tempo cambiare piattaforma diventa uno sforzo sempre più consistente.

Nulla di tutto questo esiste in Cina — perché in Cina è quasi indifferente che l’OS dello smartphone sia iOS o Android e questo perché l’OS è, di fatto, WeChat. WeChat è centrale alla vita giornaliera di quasi 900 milioni di cinesi — WeChat viene utilizzato per leggere le notizie, per chiamare taxi, per pagare il pranzo, per accedere al proprio conto, per trasferire soldi ad amici, per prenotare un appuntamento dal dottore, per accedere a risorse governative e per accedere ai servizi della propria città. Tutti questi servizi sono integrati direttamente in WeChat.

Un articolo del 2015 del gruppo di investimento Andreessen Horowitz spiega WeChat piuttosto bene: WeChat contiene di fatto una miriade di applicazioni. Installare un’applicazione su WeChat — che è, alla base, un’applicazione di messaggistica — significa aggiungere un account ufficiale ai propri contatti. WeChat ha costruito l’infrastruttura (di pagamenti, localizzazione, messaggistica, etc.) che permette poi agli account ufficiali di accedere ai dati dell’utente senza dover ogni volta ri-autenticare o registrare l’utente. Mentre dalle nostre parti la tendenza è nello sviluppo di applicazioni mono-funzione, focalizzate sullo svolgimento di un singolo compito, in Cina WeChat ricopre tutto — non esiste un equivalente nostro, neppure Facebook si espande fino a questi livelli.

In Cina Apple è, in sostanza, l’ennesimo produttore di smartphone. Che l’iPhone abbia iOS poco importa, e quindi poco differenzia i suoi device da quelli Android. La tesi di Ben Thompson è che l’hardware sia, di conseguenza, l’unica ragione per cui comprare un iPhone in Cina.

Wall Street Journal:

The degree of censorship is not the same throughout China, according to Vasyl Diakonov, chief technology officer at KeepSolid VPN in Odessa, Ukraine.

Some IT hubs in the east of the country have relatively minor restrictions, while remote regions in western China — where ethnic discontent runs highest — have nearly all the well-known VPN protocols blocked, he says. Indeed, just using a VPN to access blocked websites can earn you a trip to the local police station in the troubled, Muslim-majority province of Xinjiang, residents say.

Il Great Firewall of China è intenzionalmente poroso. Come si era già scritto, la censura è selettiva e abbastanza sofisticata: non vengono censurati tanto i messaggi negativi, quanto piuttosto quelli che invitano all’azione.

Il governo cinese paga anche dei commentatori, che si occupano di virare le discussioni online verso temi più leggeri della politica:

I commentatori pagati dal governo non sembrano dire molte cose negative sugli stranieri. Quello che fanno è invece lodare e distrarre: scrivono post di sostegno al governo e cercano di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto quando temono ci sia il rischio di proteste o altre attività che potrebbero essere un pericolo per il governo.

Questi commentatori non sembrano essere particolarmente interessati alle persone che si lamentano del governo, ma agiscono quando c’è un rischio reale di disordini. Per dirla con le parole di King, Pan e Roberts: «Interrompere le discussioni in cui i cittadini manifestano il loro malcontento finirebbe solo con il limitare informazioni che potrebbero essere utili al regime. I leader cinesi quindi non hanno molti motivi per censurarle, controbatterle o per inondare Internet di punti di vista opposti. Il pericolo che il governo cinese combatte con forza grazie all’ampia censura e ai moltissimi post falsi sui social media sono i commenti che potrebbero potenzialmente preludere a un’azione collettiva dei cittadini».

Quartz:

While WeChat is accessible to users all over the world, it runs on a different app inside and outside China. People or organizations anywhere can register for Chinese official accounts (roughly analogous to public Facebook pages), where they’re screened for sensitive content and visible to anyone. Separate official accounts exist for people located outside of China. Data from overseas accounts are stored on overseas servers, and not subject to the same censorship policies. They’re also not accessible to WeChat users who have registered from within China.

Facebook could employ similar tactics, in effect creating a “Great Firewall” from within Facebook itself. Chinese users might still be able to friend individuals outside the country, but be restricted from seeing some of their posts or creating pages the whole world could see. Likewise, foreign companies that create public pages might have to create separate ones for Chinese users.

Praticamente, ci sarebbero due Facebook: quello che usano tutti gli altri, e quello accessibile in Cina.

Martin Ford scrive sul NY Times che l’automatizzazione sta avvenendo molto più in fretta del previsto — e di quanto avvenga in Europa o America — in Cina. Foxxcon, ad esempio, ha intenzione di automatizzare circa il 70% della sua forza lavoro entro tre anni:

In 2014, Chinese factories accounted for about a quarter of the global ranks of industrial robots — a 54 percent increase over 2013. According to the International Federation of Robotics, it will have more installed manufacturing robots than any other country by 2017.

Midea, a leading manufacturer of home appliances in the heavily industrialized province of Guangdong, plans to replace 6,000 workers in its residential air-conditioning division, about a fifth of the work force, with automation by the end of the year. Foxconn, which makes consumer electronics for Apple and other companies, plans to automate about 70 percent of factory work within three years, and already has a fully robotic factory in Chengdu.

Il 5 Luglio del 2009, nella provincia cinese Xinjiang, improvvisamente Internet smise di funzionare. Il governo decise di “spegnerlo” nel tentativo di disperdere una serie di proteste, finendo così col tenere i cittadini offline per 10 mesi. Un funzionario descrive oggi quella scelta come “un serio errore… Ora siamo anni indietro nel tracciare i terroristi in quell’area“.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto in precedenza ipotizzato)

Aeon Magazine ha dedicato un articolo su quello che sta facendo — o vorrebbe fare — il governo cinese per sfruttare i dati raccolti tramite social network e internet per conoscere i propri cittadini:

Ren (uno pseudonimo), un nativo di Beijing, ha speso i suoi anni del college in Occidente difendendo ferventemente la Cina online. Al contrario, adesso dichiara: “Ho capito che non sapevo cosa stava succedendo, ci sono così tanti problemi ovunque“. Ora è tornato in Cina, e lavora per il governo. Sostiene che monitorare i social media sia la maniera migliore per il governo di conoscere i cittadini e di rispondere all’opinione pubblica, permettendo così un totalitarismo “responsabile”. Gli ufficiali corrotti possono essere identificati, i problemi locali portati all’attenzione dei livelli più alti, e l’opinione pubblica può essere ascoltata. Allo stesso tempo, i dati possono essere analizzati per identificare la formazione di gruppi pericolosi in certe aree, e per prevedere certi incidenti (proteste) prima che avvengano.

Ora che ci siamo liberati dei “grandi Vs“, dice Ren, “dovremmo preoccuparci di quello che dicono le persone normali“. I “big Vs” sono gli utenti più seguiti, e verificati, di Weibo e altri social network, personaggi famosi, ma anche “intellettuali” che sono stati sistematicamente eliminati negli ultimi tre anni. Avendo eliminato gli opinion leader e le ideologie alternative, il governo può finalmente utilizzare le lamentele del pubblico come fonte di informazione, invece che come sfida a se stesso.

(Leggendolo, mi è venuto in mente un talk di Maciej Cegłowski, di Pinboard)

La Cina blocca la vendita di Songs for Tibet dall’iTunes Store

Non c’è ancora nulla di confermato ma sembra che il governo cinese abbia preso la decisione di bloccare l’accesso a una pagina dell’iTunes Music Store che rimanderebbe a un album di musica a favore del Tibet uscito recentemente, una o due settimane addietro.

Il governo cinese per ora nega di essere dietro a tutti i problemi che stanno interessando l’accesso in Cina al noto store di musica online, tuttavia ha invitato i cittadini a boicottare i prodotti dell’azienda, quali iPhone, Mac e iPod.

L’album, intitolato Songs for Tibet, conterebbe canzoni di venti artisti differenti, che hanno deciso di mostrare attraverso questa iniziativa la loro solidarietà al Dalai Lama e al Tibet. Fra gli artisti ne figurano alcuni famosi, come Sting, Ben Harper, Alanis Morissette, Moby o Regina Spektor (ok, forse quest’ultima lo è un po’ di meno, ma al sottoscritto piace e dunque è doveroso citarla 😛 ).

Considerando il costo, di poco più di 11 dollari, e il numero di canzoni in esso contenute, ovvero venti, per noi che possiamo ancora farlo l’acquisto è vivamente consigliato.

iPod Touch clonato

Scopro, attraverso Gustomela, che i cinesi, da bravi cinesi, hanno copiato l’iPod Touch (che fra parentesi ho avuto giusto oggi l’opportunità di palpare più volte alla Fnac di Milano).

Questa volta, però, il clone non è venuto poi tanto male; anzi a dire il vero assomiglia molto all’originale. Dal punto di vista estetico però; infatti sono sicuro che il Multi Touch questo se lo sogna!