Il Turco della Silicon Valley

Nel 1796 Wolfgang von Kempelen presentò The Turk, il Turco, una macchina in grado di giocare a scacchi. L’automa fece il giro del mondo, e ovunque impressionò per le sue capacità. Ovviamente c’era un trucco: la grossa scrivania, sulla quale avveniva il gioco, conteneva — oltre agli ingranaggi — posto per una persona, che di nascosto pilotava la macchina. Che appariva così intelligente, affidandosi invece al lavoro di un umano.

Nel 2014 The Turk vede una strana reincarnazione nell’Amazon Mechanical Turk, un servizio di Amazon che permette alle aziende di assegnare piccoli e semplici compiti a persone sparse per il globo, riuscendo così a fare apparire i propri algoritmi più intelligenti di quanto non siano. Scrive il New Inquiry, che ha appena trattato la questione in un articolo:

Amazon ha costruito un network per lavoratori occasionali la cui manodopera nascosta permette a programmatori e “innovatori” di apparire brillanti. Il Mechanical Turk assume persone per svolgere lavoro invisibile online — lavoro che permette al software che lo sfrutta di apparire perfetto. Il CEO di Amazon lo chiama “artificial artificial intelligence“.

È un marketplace che permette a chi ne ha bisogno di pubblicizzare piccoli task che chiunque può decidere di completare. Si tratta di task che risultano molto difficili a un computer, ma sono facili per un umano: trascrivere il testo di un file audio, identificare il soggetto di una fotografia o riconoscere il tono di un articolo. È il crowdsourcing del lavoro, in tanti piccoli compiti (task) a tante persone, il 90% delle quali remunerate a 0.10 centesimi di dollaro per task.

Il Mechanical Turk è formalmente una piattaforma, un marketplace, cosa che permette ad Amazon di non assumersi alcuna responsabilità per la (bassa) retribuzione che le aziende stabiliscono sulle loro task. Amazon fornisce semplicemente l’infrastruttura. La tesi del New Inquiry è che purtroppo una struttura simile sia presente alla base della Silicon Valley. Lavoro a contratto, quasi invisibile, e remunerato infimamente, che permette al software di apparire magico.

In maniera simile vi ha ricorso Google per Google Books, quando per scannerizzare i libri assunse a contratto un numero di persone. Per quanto il prodotto finale possa apparire perfetto e automatico, è stato necessario di qualcuno che voltasse le pagine (come certe simpatiche mani dimostrano), di qualcuno che si assicurasse della qualità e leggibilità del risultato. In genere queste persone, prive di alcun diritto, sono molto diverse da quelle che si incontrato nel campus principale: tanto per cominciare, sono perlopiù donne. Persone tenute segrete e in disparte (lo raccontò alcuni anni fa Norman Wilson) al punto che, scrive il New Inquiry “sono cancellate dalla narrativa“. L’utente finale ne resta totalmente ignaro.

Si tratta del medesimo trucco che permette ad Uber di apparire magica, quando dietro ci sono dei tassisti che hanno dovuto acquistare una macchina a spese proprie, dipendono totalmente da un sistema di rating ingiusto e sono privi di alcun diritto. Uber non si assume, né è costretta a farlo, alcuna responsabilità — così come non deve pagare il salario minimo, riconoscere alcuna pensione o assicurazione. La ragione per cui ciò funziona è che Uber si definisce un marketplace: offrono semplicemente un’infrastruttura, che il tassista può scegliere o meno di utilizzare. Se sceglie di utilizzarla è per volontà propria, e comunque non è assunto da Uber direttamente. Di nuovo, per concludere, il New Inquiry:

L’appeal di applicazioni come Uber è che chiunque con uno smartphone può premere un bottone e vedersi comparire un’autista personale al proprio servizio. Premi un bottone e il pranzo è pronto, i fiori sono inviati, la casa è pulita. È magico. Ed è con questa sensazione di magia — questa gratificazione instantanea del desiderio che si realizza nel momento stesso in cui viene espresso — che le applicazioni si presentano al pubblico.

Sembra magia, ma non è magia. C’è un trucco. La magia si basa su lavoro sottopagato, a contratto casuale. Premi un bottone e un umano si prepara a svolgere ciò di cui hai bisogno, senza gli stessi diritti o protezioni di un normale impiegato.

mastro35 (November 18, 2014)

1970? No, Bobby Fischer se lo sarebbe bevuto il “turco”! 🙂 Era il 1769.

(November 21, 2014)

Ops! Corretto, grazie:)