È incredibile che l’industria discografica sia mai esistita

Nel corso della settimana scorsa, Taylor Swift ha fatto rimuovere la propria musica da Spotify. L’idea, implicita, è che si debba pagare per un disco — che questo è il modo naturale, l’unico plausibile, in cui l’industria discografica funziona. Il punto fondamentale — e ne scrive su Medium Philip Kaplan — è che è una fortuna per gli artisti come Taylor Swift che l’industria discografica sia esistita in primo luogo.

L’industria discografica come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi copre 100 dei 40.000 anni di storia della musica, e fu una soluzione temporanea a un problema temporaneo generato dall’invenzione della registrazione sonora. Spiega Kaplan con un’utile analogia con Microsoft Word:

Record players were invented in the late 1800’s. But there were no records. So for the same reason Microsoft made Word & Excel to make Windows more useful — electronics companies like Sony and Columbia started making records.

Turns out the music was more profitable than the hardware. And so the recording industry was born.

Per circa 100 anni (posizionandone la fine nel 2005), gli artisti sono stati in grado di arricchirsi da copie — vinili, cassette e CD. Altre forme d’arte non hanno questo lusso, così come i compositori di un’altra epoca non l’avevano. L’industria discografica è nata da una necessità, sfruttando l’inefficienza del mercato: per esempio costringendo l’acquisto di un disco da 12 canzoni anche quando l’utente era interessato solo ad una.

Inefficienza risolta, appunto, da Internet (e gli iTunes e Spotify che ne conseguono). Inefficienza che, ovviamente, l’industria discografica — e alcuni fra quelli che ve ne fatto parte — vorrebbero mantenere.

How many of those millions of people only wanted one track but had to buy the entire album? iTunes fixed that by decoupling the tracks from albums. How many of those millions put the album on a shelf and never listened to it? Spotify fixed that—artists only get paid for plays.

By removing herself from streaming services, Taylor Swift is intentionally adding inefficiency back into the market

Francesco Martino (November 12, 2014)

C’è stato un periodo storico (credo prima di spotify e iTunes e in parte anche ora) dove gli artisti guadagnavano cifre spropositate da un tipo di commercio in cui il cd o la cassetta potevano esser sì riprodotti e copiati ma la cui struttura di vendita era collaudata come fosse un prodotto. Oggi succede lo stesso, e spotify ne è la dimostrazione con il suo miliardo di euro. Può essere però plausibile che il target di Taylor sia un pubblico in cui i guadagni potrebbero essere inferiori se rapportati a spotify? D’altronde la direzione è quella e lui può decidere quando vuole si caricare i suoi brani, no?

adri2906 (November 12, 2014)

@Francesco Martino…Taylor Swift è una donna…