Fallo più lungo o non ci prendono sul serio

Mentre il The Atlantic scrive di come le storie lunghe funzionino e vengano consumate sempre di più anche sui dispositivi mobili, dal New York Times giunge un’altra critica agli articoli long-form:

The problem is that long-form stories are too often celebrated simply because they exist. And are long. It’s a familiar phenomenon: When you fetishize — as opposed to value — something, you wind up celebrating the idea of the thing rather than the thing itself.

Non è un aspetto nuovo, e nemmeno uno che riguarda solo il giornalismo. Un libro lungo “vale più” di uno breve — basta chiedere a quelli che misurano i lettori in base al numero di pagine lette consumate. Un fenomeno simile è in atto in rapporto al giornalismo: persone che leggono e scelgono pezzi solo in base alla loro lunghezza, pensando che ciò porti loro una maggiore conoscenza sull’argomento trattato (lunghezza != contenuti).  A concludere questo ciclo, certi pezzi long-form (ciao a te, Malcolm Gladwell) si ripresentano nel giro di un anno sotto forma di saggi di 300 pagine — nonostante queste non diano nessun apporto o aggiunta a quanto già trattato nell’articolo iniziale.

(“Contro le cose lunghe“)

Ma la lunghezza non coincide con la qualità e profondità di un pezzo giornalistico: può succedere, ma non è automatico. Così si finisce invece col giudicare gli articoli in base al numero di parole.